Anche in fatto di patrimonio storico e artistico è tempo di bilanci e di buoni propositi. L'anno che si chiude rimarrà nella storia di Napoli e dell'Italia come l'anno nero del saccheggio dei Girolamini, e il processo che si aprirà il 4 gennaio sarà una forte occasione per saldare un profondo esame di coscienza con una chiara visione - se non altro - di ciò che non dovrà più accadere. Innanzitutto: mai più incompetenti alla guida del patrimonio. E, se la lingua italiana lo consentisse, ancor più mai più agli incompetenti lottizzati dalla politica. Ma forse la lezione più importante dei Girolamini è che il patrimonio si difende solo se è vivo, è noto, è in osmosi continua con la vita della città: una biblioteca inaccessibile è l'antefatto di una biblioteca saccheggiata. È per questo che il migliore tra i buoni propositi per il patrimonio che io abbia sentito, e non solo a Napoli, è quello che il soprintendente Fabrizio Vona ha solennemente pronunciato proprio nella chiesa dei Girolamini: riportare nelle chiese le opere ricoverate nei musei. E riaprire quelle chiese ai cittadini, anche se in condizioni estreme (fatta salva, ovviamente, la sicurezza di cose e persone). Se questo ottimo proposito si tradurrà in fatti, sarà la migliore notizia possibile per la città di Napoli. E sarà un segnale importante per il Paese. Potrebbe voler dire che la pessima stagione degli eventi effimeri sta finendo, complice una crisi una volta tanto provvidenziale. La battaglia per il patrimonio non si vince nei musei: figuriamoci nelle mostre. Si vince invece nella ricostruzione, nella ritessitura di un patrimonio diffuso che tiene insieme i cosiddetti capolavori e le opere ordinarie: come un corpo tiene insieme gli organi e il tessuto connettivo. Questo patrimonio è il teatro della vita civile: è la città stessa. Ogni quadro, ogni statua, che torneranno nel luogo per cui sono stati voluti segnerà un traguardo nella rinascita della città. E non nella rinascita estetica: in quella politica.