A ROMA, nello storico cinema Capranica, una scritta tra le altre campeggia alle spalle di de Magistris e Ingroia: "Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese". Non è nuova come concetto ma funziona. C'è qualcuno disposto a criticare un proponimento così alato? A Roma, in quella sala, forse nessuno. A Napoli, certamente c'è più d'un cittadino dubbioso. La ragione è semplice. Nel primo caso, si tratta solo di un programma. Nel secondo, stiamo assistendo da circa un anno e mezzo con la nuova amministrazione comunale alla concreta sperimentazione di quel programma. Il risultato è un qualcosa che non ha alcuna affinità elettiva con la cultura. Per spiegarlo, si può fare ricorso a quattro "casi culturali" che rappresentano qui a Napoli alcune tra le molteplici accezioni del concetto di cultura: la crisi della società Sirena e del Premio Napoli, via Caracciolo vs piazza del Plebiscito per la notte di Capodanno e, infine, il sempre atteso Forum delle culture. Sirena è senza dubbio il caso più grave. Qui la cultura è quella della tutela e conservazione dei nostri beni culturali. Si converrà,è un'accezione alta, istituzionale e costituzionale del concetto di cultura. La società del Comune di Napoli recupera da undici anni edilizia abitativa nelle aree storiche della città, è intervenuta su oltre mille edifici, è un modello di partenariato pubblico-privato ripreso in Italia e all'estero, ha promosso protocolli di legalità, ha realizzato restauri in Cina e altre nazioni. Quel poco di dignitoso che si vede oggi nell'edilizia abitativa privata del centro storico di Napoli, lo si deve quasi totalmente a questa società presieduta da Bruno Discepolo, dimissionario da qualche giorno per protesta contro una perdurante inerzia decisionale.