PER noi che viviamo in Sicilia, i quotidiani e preoccupati interventi sulla perdita di competitività del sistema-Italia hanno il potere di rendere ancora più dolorosamente incerto il futuro. Da noi la crisi economica si somma a quella politica, la contemporanea incapacità ad amministrare il presente e progettare il futuro rischia di produrre "il peggiore dei mondi possibili". L'unica ancora di salvezza ci deriva dall'essere in Europa, lo sappiamo tutti. L'ha detto anche il nostro governatore, quando in trasferta a Bruxelles con tutto il governo regionale si è rivolto al commissario polacco Hubner - che tiene i cordoni della borsa - dichiarando candidamente che i fondi europei sono essenziali «perché la restante parte del bilancio è per la spesa corrente». Come dire che l'elefantiaco apparato dell'amministrazione regionale serve solo a mantenere se stesso. A TIRARE le debite conclusioni, facilmente si arriva a comprendere come la qualità del ceto politico sia uno dei meno risolvibili fra i nostri problemi e la cronaca di questi giorni-dalla nomina dei manager della sanità alla gestione della crisi industriale, solo per restare alle emergenze più appariscenti- ci conferma la gravita di una situazione che del re sto si trascina da molto tempo. Non c'è da stare allegri. Ma c'è una parola magica che ad un certo punto viene fuori anche nelle analisi più sconfortate, per un momento stranamente vicine ai tronfi bilanci dei resoconti governativi: si tratta dello "sviluppo" e del suo sempre prossimo avvento, che in genere tende a qualificarsi come "sostenibile". Quando per la prima volta l'aggettivo venne associato al nome, dopo il 1992 e il summit di Rio de Janeiro, sembrò una gran bella cosa che fosse possibile tenere insieme crescita economica e salvaguardia dell'ambiente. Roba passata, ormai si discetta di "sviluppo sostenibile" anche quando si programmano imponenti cementificazioni. E l'ambiguità semantica che prolifera attorno al concetto di sviluppo non fa che rendere più difficile un pensare al futuro che bisogna pur praticare, se vogliamo rompere il cerchio della nostra "necessaria" marginalità. Non pretendiamo di essere originali nel sostenere che in Sicilia siamo prigionieri di un circolo vizioso che collega criminalità organizzata, carenza di cultura della legalità e sottosviluppo economico. Fatta questa premessa, sarebbe importante chiarire cosa si intende per sviluppo, a quale modello ci si riferisce. Nel secondo dopoguerra il concetto di sviluppo eralega-to ad una metafora organica, indicava il processo con cui le economie più "giovani" si sarebbero accostate crescendo a quelle più mature. Era questo il sottinteso concettuale del piano Marshall, per come venne applicato nel nostro Meridione. Le grandi aziende distaccavano da sé parti autonome, che venivano impiantate nei paesi da sviluppare. Vennero così realizzati i poli petrolchimici e metallurgici, anche Sicilfiat è figlia di questa logica. Che nei fatti l'esportazione di questo modello si traducesse in una dipendenza economica di tipo post-coloniale, questa è la cronaca: anche di questi giorni. Se infatti proviamo a pensare che esiste la globalizzazione dei mercati, allora ci accorgiamo della nostra fragilità strutturale: perché è ovvio che le aree in perenne "via di sviluppo", specie se penalizzate da un sistema fortemente inquinato da logiche mafiosoclientelari, non possono che subire i contraccolpi più pesanti ogni qualvolta si presenta una congiuntura critica. Come dire che sono strutturalmente in crisi, una crisi perenne. Perché la globalizzazione si presenta come una messa in rete, un coordinamento delle aree sviluppate che scavalcale aree deboli all'interno dei paesi ricchi, e non c'è solidarietà che tenga. E lo sviluppo delle aree in ritardo di crescita diventa sempre più difficile : la rapidità è il motore di questo nostro mondo; i tempi lenti delle economie sottosviluppate non fanno che approfondire i divari, allontanare gli obiettivi. Allora, in questi giorni così affollati di segnali negativi, chiediamo che si rifletta sull'idea di sviluppo, cioè su quale futuro vogliamo preparare. Che si chiarisca se lo sviluppo si limita a coincidere con la crescita di alcuni indicatori economici, o se piuttosto non ci sia l'esigenza di creare un modello consapevolmente autonomo. Cioè, se restiamo limitati dalla marginalità del nostro presente o se riusciamo a pensare il nostro avvenire. Forse in questo affollarsi di situazioni critiche, quando è difficile riuscire a vedere una soluzione perché solo disoccupazione e mafia e cattiva politica riempiono le nostre cronache, forse proprio questo è il momento per provare a rompere il cerchio. Recuperando quella carica vitale che da troppo tempo sembra essere diventata patrimonio esclusivo di malavitosi e traffichini. AMELIA CRISANTINO