Dopo il "no" dello stilista alla richieste di anticipare il denaro non sforare sarà complicato. Maggioranza si riunisce domani Cardin prima di anticipare il denaro vuole l'accordo firmato (foto archivio) VENEZIA - Virtualmente, allo stato attuale, il Comune di Venezia ha sforato il patto di stabilità. Poi, se in qualche stanza di Ca' Farsetti sindaco e Giunta nascondono un cilindro con un coniglio da 130 milioni di euro, allora da qui al 31 dicembre si rimette tutto in discussione. Ci sono sedici giorni di calendario, sette o otto realmente a disposizione per fare qualcosa ed evitare una sciagura per veneziani e mestrini che, in un periodo di crisi micidiale come quello che stiamo attraversando, si ritroverebbero a pagare tasse da capogiro. Lunedì sera la maggioranza si riunirà proprio per fare il punto della situazione e decidere come procedere o dove andare a parare. E da quel che si preannuncia non sarà una riunione per farsi gli auguri di Natale. Con l'Udc che, attraverso i giornali, ha già detto giù le mani dalle azioni Save in capo al Comune: quel 14,098 di azioni della società che gestisce l'aeroporto Marco Polo vanno vendute solo se c'è la certezza che, con i soldi incassati, si potrà evitare di sforare il patto di stabilità; altrimenti non ha senso, si impoverirebbe la città senza alcun risultato positivo reale. Questo è in sintesi ciò che dice l'Udc, che non sarà sola nel puntare i piedi. Il Pd lo ha detto in tutte le salse che la vendita del pacchetto Save è un sacrificio obbligato ma che si deve far di tutto per evitarlo. Come? Pierre Cardin, tramite il nipote Rodrigo Basilicati, ha mandato a dire che non si sogna nemmeno di tirare fuori 40 milioni di euro da qui al 31 dicembre, e tantomeno ne tirerà fuori 80, come da ultima richiesta del Comune. Prima vuole avere il via libera dalla Soprintendenza e vuole vedere firmato l'Accordo di programma a proposito del quale, tra l'altro, non accetterà richieste, di soldi o di opere, superiori a quelle concordate in occasione della dichiarazione di pubblico interesse del Palais Lumière. Il sindaco Giorgio Orsoni afferma che il Comune chiede solo ciò che è previsto dalla legge, ma lo stilista è convinto del contrario. E in ogni caso, anche se si arrivasse ad un accomodamento, non ci sono più i tempi tecnici per portare a termine un'operazione complessa come quella di rendere liquidi, attraverso le banche, 40 milioni di euro, figurarsi 80. Senza contare che della Soprintendenza, dopo la bomba che ha gettato in laguna con la storia del vincolo di cui nessuno ha mai saputo nulla, non c'è più traccia. Senza i soldi di Pierre Cardin, dunque, il patto di stabilità è virtualmente già saltato, perché anche se alla fine il sindaco riuscisse a convincere la sua maggioranza a vendere comunque le azioni Save, i 50 milioni che entrerebbero in cassa, da soli non basterebbero, senza quelli di Cardin e senza tutti gli altri che erano stati previsti, compreso l'intervento dello Stato sulla Legge Speciale. Il nipote di Pierre Cardin dice che lo zio teme che sia in atto una manovra ad orologeria per far fallire l'operazione Palais Lumière, ma a guardarla un po' più da lontano, sembra che la manovra sia molto più ampia e punti dritta al Comune di Venezia che, con i grandi centri di potere economico che contano in città (porto, aeroporto, crociere, fino all'Arsenale col Consorzio Venezia Nuova), si è alienato non poche simpatie.