La Pietà è troppo fragile. No al trasloco. Molto è stato detto e scritto sul trasloco della Pietà di Michelangelo. Io sono nettamente contrario all'idea di mandarla a San Vittore per il tempo in cui dureranno, se vi saranno, i lavori di sistemazione nel Castello Sforzesco. Sono contrario per ragioni di conservazione, innanzi tutto, e poi di opportunità. «Il Louvre non manda in giro la Gioconda, né gli Uffizi la Primavera». Cultura divisa sulla trasferta: portare l'opera in un «luogo di sofferenza» e aprire il carcere è considerato un arricchimento culturale da alcuni, ma altri contestano la scelta. Per i lavori di restauro del Castello Sforzesco il Comune ha deciso di traslocare la Pietà Rondanini di Michelangelo all'interno del carcere cittadino di San Vittore. Molto è stato detto e scritto sul trasloco della Pietà di Michelangelo. Io sono nettamente contrario all'idea di mandarla a San Vittore per il tempo in cui dureranno, se vi saranno, i lavori di sistemazione nel Castello Sforzesco. Contrario per ragioni di conservazione, innanzitutto, e poi di opportunità. La Pietà non è una statua. È un blocco di marmo in cui Michelangelo aveva già scolpito, almeno in parte, un'altra Pietà, che negli ultimi mesi di vita egli distrusse aggredendo la materia con furia, abbozzando direttamente nel marmo nuove idee. Quel marmo martoriato non giunse mai a farsi statua, non ebbe mai una superficie levigata che non solo gli avrebbe dato quella «meravigliosa carnalità» di cui parla Vasari, ma avrebbe ristabilito all'interno del marmo l'equilibrio dei cristalli messo in forse dalla violenza dei colpi di scalpello. Rimase invece una superficie scabra che richiede grande, estrema cura nel controllo climatico. A presidio dell'opera in corso, Michelangelo non distrusse il braccio pendente rimasto dalla prima redazione, che lasciò unito al blocco soltanto da un dito di marmo. Se quel dito si rompe, il braccio si stacca. Fu questa estrema fragilità dell'opera che convinse per due volte il Comune, appoggiato dalla Soprintendenza, a rifiutare il prestito alla curia di Firenze che voleva mettere a confronto la Pietà di Milano con quella di Firenze. Le ragioni del rifiuto di allora sussistono tutte. In quanto all'opportunità, è banale dire che se si cambia la collocazione di un'opera in un museo, durante i lavori la si lascia lì dov'è. Non è che se mi rifanno l'appartamento nell'attesa della fine dei lavori mi trasferisco a San Vittore. Vittorio Sgarbi ha recentemente sollevato un problema umano: gli ospiti di San Vittore sono in gran parte musulmani. Per costoro l'imposizione della Pietà sarebbe una prevaricazione. E poi, se si pensa che vedere un Michelangelo, sia pure di difficile comprensione come questo, sia un conforto, perché compiere un gesto per gli uomini e non per le carcerate? Su Michelangelo sono puntati gli occhi del mondo e in tutto il mondo vi sono capolavori su cui i musei vigilano attentamente. Il Louvre non manda in giro La Vergine delle rocce, né gli Uffizi La Primavera di Botticelli. Quando si fa un prestito di un'opera le richieste per la sicurezza sono infinite. Qui invece si tratta di mandare una scultura delicatissima in un luogo che non ha certamente i requisiti di un museo. Se si apre questa falla sarà poi molto difficile per i musei resistere alle pressanti richieste di prestiti che imperversano. Non solo la «Pietà» è un'opera simbolo del museo del castello Sforzesco, ma appunto perché opera simbolo occorrerà in futuro prendere tutte le misure perché resti saldamente legata a tutta la struttura del museo senza divenirne un'aggiunta turistica. La Pietà Rondanini nel suo attuale allestimento curato dallo studio BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti, Rogers) al Castello Sforzesco.