Davanti al museo del Prado almeno una volta alla settimana sfila un corteo di protesta contro i tagli al bilancio pubblico: medici, professori, ricercatori, neppure i poliziotti sono stati risparmiati dalla scure dell'austerità. Il museo più famoso di Spagna osserva compassionevole manifesti e striscioni. Nel 2012 anche i fondi pubblici destinati al Prado sono stati amputati di un buon 30, ma il bilancio è identico. Merito di tre mosse che forse potrebbero ispirare anche qualche istituzione culturale italiana altrettanto prestigiosa: la rinuncia al giorno di chiusura del lunedì da parte dei dipendenti, l'aumento di donazioni e sponsorizzazioni private e la messa a reddito di un paio di centinaia di opere. Contro la crisi, insomma, anche Goya, Velazquez e Zurbaran, abbassano la testa e fanno gli straordinari al pari di guardiani e restauratori. Premio Stakanov dell'anno spetta, dice «El Pais», a un cartone di Goya, El Cacharrero del 1778, alla Immaculada Concepcion de Aranjuez di Murillo, a El dios Marte di Velazquez e all'Agnus Dei di Zurbaràn. Assieme ad altri 170 dipinti prestigiosi, quest'anno hanno attraversato gli oceani e sono andati in tournée fino a Brisbane (Australia) o a Houston (Usa). Il museo spende 38 milioni all'anno. Undici vengono dallo Stato, gli altri devono arrivare da risorse proprie o donazioni. La politica degli «affitti», invece che solo dei «prestiti», ha portato nelle esauste casse del Prado tre milioni di euro in più. «La cosa più importante di queste iniziative dichiara elegantemente il direttore Miguel Zugaza è diffondere la storia di Spagna più che ottenere donazioni. In nessun caso andremo sul mercato ad offrire una mostra a chi offre di più». Sarà. Ma la strada aperta da Parigi con la prossima apertura di una succursale del Louvre ad Abu Dhabi pare segnata. L'arte deve rendere per potersi mantenere.