LUCCA Non solo Ilaria e le altre consorti di Paolo. Nelle indagini seguite agli scavi della Cappella Guinigi sono emerse notizie e curiosità sulla vita e sulle abitudini dell'intera famiglia, una delle più importanti della città. Che, sicuramente, aveva un difetto genetico: la carie. Un problema che, secondo quanto ha riscontrato l'equipe di antropologia e paleopatologia diretta dal professor Gino Fornaciari, non derivava soltanto da un'alimentazione ricca di zuccheri, ma da una predisposizione familiare. E, a proposito di tavola, i Guinigi avevano una dieta ricca di proteine di origine animale, mangiavano tanta carne, insomma, come i Medici di Firenze e gli Aragonesi di Napoli e Palermo. Il professor Fornaciari ha potuto mettere a confronto i dati della famiglia lucchese con quelli dei suoi studi precedenti sui Medici e sui nobili meridionali. E un'altra sua indagine gli è stata utile: quella effettuata a Pieve di Monti di Villa e a Benabbio, relativa a una popolazione rurale, grazie alla quale ha verificato come la carne fosse ben rara, al contrario della ricca dieta dei nobili. Le curiosità in merito ai Guinigi sono arrivate dall'analisi di tre sepolture in connessione, archeologicamente riferibili alla prima metà del 1400, e di resti scheletrici di una tomba plurima a cassone in muratura. Qui sono stati trovati i resti di almeno 48 individui: 17 di sesso femminile, 11 di maschi e 20 di sesso non determinabile. Quanto all'età, cinque sono bambini che hanno meno di 13 anni, quattro adolescenti tra i 13 e i 19 anni, quattordici risultano deceduti tra i 20 e i 29 anni, tre fra i 30 e il 39, otto tra i 40 e 49 e uno solo ha superato i 50. «E' un profilo demografico sottolinea il professor Fornaciari con un'elevata mortalità infantile, da ritenere in armonia con un campione di popolazione pre industriale». La tecnica con cui gli esperti arrivano a queste scoperte è la stessa: si parte dai denti e dalle ossa per risalire alla provenienza geografica e alle abitudini alimentari. Lo strumento utilizzato è molto sofisticato e si chiama spettometro di massa. Che non ha ancora terminato il suo compito. L'indagine, infatti, non è finita. Restano ancora da sottoporre ad analisi antropologica e paleopatologica i resti scheletrici provenienti da un'altra tomba plurima a cassone e da un ossario. (p.t.)