Proviamo a guardare oltre le macerie e a valorizzare le risorse esistenti. E allora partiamo subito con le buone notizie. Notizie che poi forse così buone non sono: in Occidente le industrie sembrano ormai destinate a scomparire e pertanto la cultura è destinata a diventare un settore fondamentale per lo sviluppo dell'economia. Più procediamo verso il terziario avanzato, più la cosiddetta "economia dell'esperienza" prende il posto dell'economia della produzione e più i valori immateriali dell'immagine, della cultura, della cono-scenza diventano fondamentali. La buona notizia è che in Italia siamo seduti su un patrimonio straordinario di cultura, di immagine e di immagini: prima ancora di avere appreso il significato di espressioni come "life style" e "total living", prima ancora che si parlasse di "image-world" o di "knowledge society", in Italia già si praticava in maniera istintiva e spontanea una cultura dell'immagine. La nostra - nel bene e nel male - è sempre stata una cultura avvezza ai valori immateriali, all'apparire - la "bella figura" come mi ripetono ridendo molti colleghi americani. Ahimè negli ultimi anni di belle figure internazionali non ne abbiamo fatte molte. E - cosa ancora più grave - l'immagine dell'Italia sembra avere subito forti contraccolpi proprio nel posto che la nostra nazione occupa nell'immaginario culturale internazionale. [...]E quella stessa "sotto-valutazione clamorosa" del settore cultura di cui ha parlato il capo dello stato nel corso degli stati generali della cultura qualche settimana fa. [...]Di nuovo però voglio guardare oltre le macerie e mi viene da dire - non senza ironia - che paradossalmente la "sottovalutazione clamorosa" del settore cultura da parte della politica ha concesso ampio spazio all'iniziativa privata che è riuscita a eccellere in molti settori della cultura contemporanea - e qui mi limito a parlare di quelli che mi sono più familiari. Molti miei colleghi (critici e curatori) occupano o hanno di recente occupato posizioni importanti nello scacchiere internazionale dell'arte contemporanea. Italiana di formazione ed educazione è stata l'ultima direttrice di Documenta, la più importante rassegna d'arte al mondo che si è conclusa qualche mese fa in Germania: una mostra visitata da 800 mila persone in 3 mesi. Italiani sono il direttore della Tate di Liverpool e italiani sono stati l'organizzatore della scorsa edizione della biennale del Whitney di NY. Come vedete sono tutti esempi di professionisti che hanno trovato in molti casi il successo all'estero. [...]Purtroppo questa è una situazione che si è ripetuta in molti altri settori della ricerca e della cultura italiana. Mentre in Italia molti incarichi nei musei e nelle istituzioni pubbliche erano congelati o assegnati attraverso spartizioni politiche, all'estero e nei settori più innovativi dell'industria italiana - in particolare in quello della moda - si creavano nuovi modelli capaci di operare con la libertà e la professionalità che sono la norma in gran parte dell'Europa e in America. Esemplare in questo senso è il caso delle fondazioni private - soprattutto quelle create dai marchi di moda - che hanno inventato un nuovo modello di istituzione museale. Realtà come quelle della Fondazione Prada, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Fondazione Trussardi, Collezione Maremotti, Fiorucci Art Trust e molti altri esempi hanno in maniera indipendente soppiantato il ruolo dei musei di arte contemporanea in Italia. Naturalmente il modello dei musei privati non è necessariamente il migliore e ha anch'esso limiti ben precisi. Spesso tende a promuovere un'idea di cultura spettacolarizzata, che possa bucare le pagine dei giornali e fare comunicazione. Il risultato è stato uno scollamento sempre più radicale fra settore privato e pubblico nel campo dell'arte e della cultura contemporanea. Ora è necessario che questi due mondi che si sono allontanati in maniera così netta provino a riavvicinarsi. [...] Purtroppo non ho ricette e il mio lavoro di solito mi obbliga a occuparmi di questioni concrete, di opere d'arte, di oggetti e di artisti, e di raccolta di fondi, senza abbandonarmi a disquisizioni sui massimi sistemi, quindi in realtà sono piuttosto in imbarazzo a dare indicazioni e suggerimenti su questioni che non mi competono. Il filosofo Hans Georg Gadamer ha detto che l'esperienza del bello non consiste nel riconoscere una forma ma nel riconoscersi parte di una comunità. L'esperienza del bello è proprio questo senso di appartenenza a un gruppo, è la cognizione di condividere un gusto e una serie di valori estetici ed etici, di essere parte della stessa comunità. In questo senso non solo l'arte contemporanea è - come l'ha definita cinquant'anni fa Umberto Eco - una forma di "ginnastica percettiva", la palestra dove i nostri sensi si abituano al futuro, ma è anche il laboratorio dove immaginare nuove forme di convivenza e nuove relazioni tra individuo e società. Direttore assodato del New museum of contemporary art di New York e direttore della esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia.