Il 15 dicembre 2002 apriva i battenti il museo di Rovereto e Trento: da allora lasciti, donazioni, comodati e depositi di privati sono diventati l'anima della raccolta Alla lunga direzione di Gabriella Belli è succeduta Cristiana Collu: «II museo ricambia con gratitudine la fedeltà di chi sostiene il progetto del Mart» 50 milioni di euro. La cifra che è stata spesa per la costruzione della sede di Rovereto nel 2002 Si snoda su 3.800 mq, è lunga un chilometro e 100 anni, comprende 275 artisti, 3.784 oggetti scanditi in 34 sale, di cui 933 dipinti, 108 disegni, 100 incisioni, 189 sculture, ii tra film e video, 6 installazioni, 6 arazzi, 70 oggetti in ceramica smaltata, 273 manifesti, 290 fotografie, 71 documenti, 64 libri d'artista, 20 maquette di architettura, e poi riviste, mobili e altro ancora. È «La magnifica ossessione», una mostra ricca, densa, stratificata. Gli ambienti saturi di opere, le sue sale affollate di sculture, di modelli, e i muri sovraccarichi come nelle antiche quadrerie ne fanno quanto di più lontano da un "white cube" e di più estraneo ai criteri storiografici e a qualsiasi ortodossia museografica. Per goderla occorre tempo perché è necessario superare lo stordimento, abbandonarsi e lasciar scorrere lo sguardo. Gli occhi si devono poter fare strada costruendo un proprio percorso, fermandosi dove vogliono, senza preoccuparsi che a colpire l'attenzione sia un capolavoro attestato o un'opera poco nota. Didascalie e apparati didattici sono completamente assenti, sostituiti da frasi che fungono da coordinate e, di sala in sala, ci guidano attraverso la storia dell'arte dei cent'anni passati come se si trattasse di un immenso racconto collettivo. «Un invito a reagire all'eccesso di segnaletica che viviamo quotidianamente, a godere delle opere lasciandoci andare ai gusti personali, al piacere e al gioco, lasciandoci alle spalle mediazioni e prescrizioni», dice Cristiana Collu, ideatrice della mostra, direttrice del Mart di Rovereto dalla fine del 2011. La «magnifica ossessione» è quella passione, talvolta smisurata, che spinge a collezionare: a raccogliere tanto, anche troppo, e a generare quei micromondi fantastici e unici che sono le collezioni private. Ma è anche quella di chi nel museo lavora: la mostra è frutto di un'esperienza collettiva di cooperazione tra direttrice, curatori e le altre figure attive nel museo. Più in particolare La magnifica ossessione parla di un luogo di confine in cui pubblico e privato si incrociano e interagiscono; del Mart, insomma, che è anzitutto una collezione di collezioni, uno spazio di pubbliche intimità, e che da questa caratteristica trae il proprio carattere e la propria forza. La mostra assume significato ulteriore per il fatto che il grande museo festeggia in questi giorni il primo decennale dall'apertura della sede appositamente costruita da Mario Botta; una struttura in pietra gialla di Vicenza che si spalanca alle spalle di corso Bettini, lasciando inalterato il fronte strada caratterizzato dai bei palazzi settecenteschi. In realtà la storia del Mart risale al 1987 quando il museo prese vita e trovò ospitalità a Trento, nel Palazzo delle Albere. La costruzione della sede di Rovereto richiese uno sforzo ingente in termini di tempo - l'apertura avviene nel 2002 - e di economie: 50 milioni di euro. Per quanto riguarda la collezione, scheletro portante di ogni museo, fatto salvo un nucleo di opere provenienti dalla Provincia autonoma, dal Comune di Trento e dal Comune di Rovereto, la fondatrice e direttrice, Gabriella Belli, acquisisce solo alcuni giovani emergenti, soprattutto locali, e qualche opera considerata imprescindibile. Per il resto segue un'intuizione che la porta a conseguire, a titolo di lascito, di donazione, di comodato o di deposito, una serie di collezioni private di grande valore, alcune delle quali verranno ulteriormente alimentate nel tempo. Tra queste il lascito Grassi, con un importante nucleo di opere della Transavanguardia, e le raccolte Giovanardi, Talamoni, Vaf Stiftung di Volker Feierabend, Agi di Giorgio Fasol, Panza di Biumo, Sonnabend, Romana Sironi, Carlo Bronzini Vender, nonché l'Archivio del'900 di Paolo Della Grazia, dedicato alla Poesia visiva. La collezione si amplia così rapidamente acquistando carattere corale. Cristiana Collu, subentrata a Gabriella Belli come direttrice del Mart alla fine del 2011, si trova a fare il punto sul senso e sulla gestione del museo, oltre che a programmare rapidamente le attività del 2012. Le sue prime mostre sono dedicate a due roveretani d'eccezione, Fausto Melotti e Fortunato Depero: per «ripensare noi stessi in prospettiva» dice la direttrice. Seguirà la mostra di David Claerbout che coniuga il desiderio di misurarsi con l'attività espositiva e l'urgenza di ripensare, e valorizzare, la collezione, che è «dote e pietra angolare di museo» e che, archivi compresi, ammonta oggi a 30mila pezzi. Il risultato è appunto La magnifica ossessione: un'impaginazione inedita, un esperimento di museografia vissuta per immersione e capace di raccontare come il collezionare sia sempre frutto di desiderio, un desiderio vitale, inesauribile, smisurato. «Il patrimonio del museo - dice Collu - nasce dall'apporto dei collezionisti che al progetto del Mart hanno creduto e contribuito: figure presenti, generose, disponibili, affezionate, la cui fedeltà il museo ricambia con gratitudine. Il rapporto con loro è improntato a una relazione di fiducia e questo ne fa anche i primi ambasciatori del museo». I nuclei di origine e di carattere privato che compongono la collezione del Mart testimoniano come qualsiasi raccolta, pubblica o privata, esprima un orientamento e un progetto culturale, ma conterrà anche elementi di estro e di divergenza. Perché collezionare è un'occasione per intraprendere itinerari figurativi e culturali, ma richiede anche spirito aperto agli attraversamenti e agli incroci teorici e tematici. E per il futuro? «Il Mart è un luogo privilegiato: in Trentino le contrazioni del bilancio, pur presenti, non sono tali da pregiudicare l'attività del museo», risponde Collu; e prospetta un'attenzione al contemporaneo, alle generazioni emergenti. Muovendosi in questa direzione ha già attivato una residenza per artisti. Il primo ospite è stato Paco Cao, che è anche intervenuto nell'ambito del programma espositivo del museo. E poi cita una frase di David Thorp che le è cara: «Mi aspetto da un'istituzione artistica del 21 secolo che sia flessibile, sincera, democratica, multi-culturale, contraddittoria e audace. Splendida quando è ricca, eroica quando non ha denaro. Deve avere la testa fra le nuvole, funzionare in maniera esemplare, avere lo spirito di squadra, i piedi per terra e un cuore grande così. Mi aspetto che essa ami gli artisti, si prenda cura del pubblico e rimanga aperta sino a tardi».