Si moltiplicano le prese di posizione sul progetto dello stilista francese I residenti sono schierati: «Chiave per il rilancio». Fronte degli intellettuali compatto sul "no" L'impatto dell'opera divide la cittadinanza. Documento al Quirinale «Per fortuna a Parigi non raccolsero l'appello contro la torre Eiffel» MESTRE. Un risultato la torre di Pierre Cardin, il Palais Lumiere, l'ha già ottenuto. Venezia potrebbe essere la prima città dove l'effetto "Nimby", letteralmente "non nel mio cortile" (not in my backyard), potrebbe essere rovesciato. Da quando il progetto è stato presentato alla città, infatti, è stato un fuoco di fila di polemiche e interventi, prese di posizione, difese accorate e critiche, fino alla lettera scritta, a inizio dicembre, al Presidente Giorgio Napolitano da una cinquantina di nomi illustri della cultura italiana per fermare l'ecomostro. Con una particolarità: chi vive a Marghera il Palais lo vorrebbe eccome - se non "nel proprio cortile" almeno abbastanza vicino da farne il punto di riferimento di un contesto già abbastanza maltrattato - e non solo per riqualificare l'area, ma anche per creare lavoro e bonificare finalmente il territorio. L'ECOMOSTRO. Chi contesta il Palais, e non solo per lo skyline violentato, sarebbero piuttosto "altri": quelli che a Marghera sì o no hanno messo un piede, ma hanno idee chiarissime sulla programmazione di una città che è, e deve essere patrimonio di tutti. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto, sembrerebbe ad ascoltare le tante voci. E però qualcuna è più intrigante di altre. «Si è mai pensato - chiede Tullio Vallery, quasi novantenne (classe 1923) che abita da 60 anni a Marghera a 300 metri dal Petrolchimico - che la visione, in rapida sequenza, degli edifici del Canal Grande sono un grottesco amalgama architettonico, che pure ammiriamo? Che il campanile di San Marco, diventato un simbolo cittadino, è in fondo un eco mostro in rapporto alle dimensioni della Basilica? Se, alla fine dell'800, a Parigi avesse prevalso il "Miracco" di turno la città si sarebbe privata di quello che è diventato il suo simbolo, la Tour Eiffel, visitata da milioni di persone. Con tale chiusure mentali - scrive Vallery - si vuole diventare la città mondiale della cultura proiettata verso il futuro?». UNA TORRE EIFFEL. Una domanda posta anche dal veneziano Marco Dolfin che ricorda come, 125 anni fa, circolasse a Parigi un appello molto simile a quello lanciato per Venezia: «Noi, scrittori, pittori, scultori, architetti, amatori, appassionati della bellezza fino ad ora intatta di Parigi, veniamo a protestare con tutte le nostre forze e tutta la nostra indignazione, in nome del buon gusto francese tradito, in nome dell'arte e della storia francese minacciate, contro l'erezione, nel cuore della nostra capitale, dell'inutile e mostruosa Torre Eiffel». Una lettera di protesta indirizzata nel febbraio 1887 (dunque prima che la torre fosse costruita) a Jean-Charles Alphand, direttore generale dei lavori dell'Esposizione Universale del 1889. A firmare, allora, "grandissimi" intellettuali e artisti del tempo come Alexandre Dumas, Guy de Maupassant, Charles Gounod e molti altri, tutti convinti che la torre avrebbe deturpato e profanato irrimediabilmente la capitale francese. Per inciso, a Parigi, non hanno poi esitato a sventrare lo storico quartiere Les Halles per far posto al Beaubourg, il Centre Pompidou disegnato da Renzo Piano definito "uno dei più brutti edifici al mondo". Ma si potrebbe immaginare ora una Parigi senza di esso? A SCATOLA CHIUSA. Giusto però che il Palais Lumiere stimoli riflessioni anche animate a dimostrazione che, in architettura, un'opera, per colpire, deve disturbare. «L'estetica è una questione soggettiva - ricorda Michele Missaglia, da Marcon - ma la proposta dello stilista impedisce di discuterne rischi e benefici, vantaggi del singolo e sacrifici del pubblico, questo il nocciolo della questione. C'è la questione economica-sociale che gira attorno all'affare. Il fatto che il Comune veda la possibilità di sistemare, in parte, le proprie casse malandate non deve indurlo a cedere al ricatto del pacchetto chiuso, senza la ricerca di un equilibrio tra la succulenta opportunità economica e l'idea di città del futuro che un'amministrazione deve avere. I cittadini non possono criticare, né chiedere il confronto perché il ricco offre a loro il pane e questi, in cambio, devono innalzare il tempio al "faraone". La soluzione di compromesso, trovata proprio pochi giorni fa per il progetto di riqualificazione del Fontego dei Tedeschi, pur con i suoi limiti di spazio e di tempo regalato al sociale, deve convincerci che una strada alternativa all'imposizione deve esistere». IL PRECEDENTE. Tanti aspetti legati da un unico filo conduttore: l'assenza di mediazione tra il sacrosanto diritto del privato di ottenere utili e l'altrettanto legittimo diritto di dare più voce ai cittadini. «La decisione a favore del Palais costituisce un precedente - sostiene Marino Cortese, di cui ieri abbiamo pubblicato l'intervento completo - Il rischio, probabile e drammatico, è che l'esempio faccia scuola e, non potendosi negare ad altri ciò che è stato concesso oggi a qualcuno, venga sorgendo progressivamente in fregio alla laguna una sorta di anfiteatro di grattacieli, tutti rigorosamente con vista di Venezia».