Fuori tutto. I tesori nei depositi del grandi musei sono iceberg da mettere in mostra ... Dall'Hermitage al Louvre, dal Prado al Moma: è tempo di valorizzare ciò che è stato penalizzato dal cambiamento del gusto La Meta-Monumental Garage Sale appena andata in scena al Moma non era, in fondo, che l'ennesima provocazione d'artista. E in vendita, nella hall del museo newyorkese trasformata in un (simil)mercato delle pulci, non c'erano i depositi di uno dei mausolei del contemporaneo ma 14 mila oggetti più o meno Kitsch (dalla vecchia Mercedes al piatto con Obama) messi insieme da Martha Rosler (che a suo tempo aveva accusato il Moma di essere il «Cremlino del modernismo» per la sua immobilità): una performance che voleva raccontare l'America attraverso le sue cianfrusaglie. Per comprarle, bastava pagare il biglietto e scegliere secondo le proprie finanze. Ma in fondo un grande museo, Moma compreso, si vede proprio dai depositi: più sono grandi, più grande è il museo. Sarà forse proprio per questo che, in tempi di ristrettezze, il calendario delle mostre sempre più spesso è scandito dall'esibizione del «mai visto prima» perché (appunto) relegato fuori dalle sale destinate ai comuni mortali: le illustrazioni di Chagall e il Degas restaurato dell'Hermitage; i disegni dell'architettura italiana del Rinascimento al Metropolitan di New York (che mette peraltro molto del suo anche nelle mostre in corso su George Bellows e su Matisse); il Giulio Romano del Louvre; le miniature e i Tiziano del Prado; la pittura tedesca tra il 1945 e i11986 della Neue Galerie di Berlino; il Poussin e la donazione del Barber Institute alla National Gallery di Londra; i marmi romani dell'Età dell'Equilibrio ai Musei Capitolini di Roma (fino al 5 maggio). La crisi aguzza l'ingegno di curatori e direttori e li costringe (verrebbe quasi da dire per fortuna) ad aprire i depositi. Anche perché, spiega Roberto Cecchi, sottosegretario al ministero per i Beni Culturali, «ogni anno dai nostri musei vengono spostati per mostre 10-12 mila pezzi: un'emorragia che la riscoperta dei depositi consente di fermare, ravvivando lo stesso museo». Una tendenza che coinvolge anche l'arte più classica (i disegni di Giovanni Lanfranco alla Reggia di Capodimonte a Napoli) e quella «minore» come nel caso del (pur piccolo) Muséè Nissim de Camondo di Parigi, dove è stata imbandita la tavola come lo faceva (tre o quattro volte all'anno) l'antico proprietario Moîse de Camondo, prima che la sua famiglia venisse spazzata via dalla furia nazista. In questo caso sono state letteralmente tirate fuori dalle credenze le saliere di Joseph-Théodore von Cauwenberg e le porcellane di Sèvres Buffon, Tournai e Chantilly (Le table dressée, fino al 23 febbraio). Mentre al VA di Londra, il più grande museo del mondo in fatto di design (fino al 6 gennaio), si celebra la riapertura delle Fashion Galleries ancora una volta con un recupero «interno»: quello dei ballgowns, gli abiti da ballo che hanno creato il British Style. Alla ricerca di nuove strade e nuove proposte capaci di attirare nuovi visitatori, senza costare troppo in allestimento o trasporto, i musei tentano nuove formule, come quella del Louvre che lo scorso dicembre aveva affidato al Nobel (per la letteratura) J.M.G. Le Clezio la creazione (e l'esposizione) di un proprio museo ideale, cosa peraltro già tentata a suo tempo dalla National Gallery di Londra con L'occhio dell'artista che avrebbe visto tra i suoi curatori anche Ernst Gombrich, che avrebbe poi raccontato questa sua esperienza nel saggio Ombre (pubblicato nel 1996 da Einaudi), in cui descriveva quella sua idea di museo che oltrepassava spesso i confini del mai visto prima e dei depositi. E quello che prima era quasi tenuto nascosto come fosse segno di debolezza, quei tesori confinati nei depositi appunto, ora vengono esibiti con orgoglio: la National Gallery di Scozia, a Edimburgo, è già alla seconda esibizione dedicata agli scottish colourist di sua proprietà, alcuni dei quali in arrivo dai depositi: stavolta, dopo FCB Cadell, tocca a Samuel John Peploe (fino a123 giugno). «Ogni grande museo ha sempre un grande deposito» ribadisce Antonio Natali, direttore degli Uffizi: 1.835 opere esposte e 2.300 nei depositi («Con i suoi 1.768.000 visitatori nel 2011, il museo più visitato del mondo, se si considera il rapporto tra spazio espositivo e numero di ingressi»). Nel 2001 proprio gli Uffizi hanno spianato la strada con la prima edizione dei Mai visti, alle Reali Poste: una serie di piccole mostre a tema (tra 35 e 60 opere, «numero ideale per ogni esposizione d'arte») che scandagliavano di volta in volta quello che offrivano i depositi del museo: gli autoritratti al femminile, la rappresentazione del paesaggio, il nudo, i marmi romani, la poesia degli interni o «il pane degli angeli» (ovvero la rappresentazione dell'Eucarestia). Tutte con ingresso gratuito e con uno share compreso tra i 10 e i 20 mila visitatori («Abbiamo iniziato con un mese, poi le mostre si sono di volta in volta prolungate») per niente intimoriti dalla dizione «Capolavori dai depositi». Quest'anno (fino al 3 febbraio) tocca alla dodicesima edizione (curata da Valentina Corticelli): L'Alchimia e le Arti. La Fonderia degli Uffizi da Laboratorio a stanza delle meraviglie, un viaggio tra arte, magia e scienza Sessanta pezzi tra cui una testa in porcellana di Cosimo I, animali tassidermizzati e un'Allegoria della Fortuna di Jacopo Ligozzi. Forse nessun capolavoro assoluto, ma opere comunque di qualità perché, spiega Natali, «quello che oggi è nei depositi, ci è finito solo perché è cambiato il gusto del tempo. Metterlo in mostra è prima di tutto una testimonianza artistica e storica». Ma per questi Mai visti non si riuscirà a trovare un posto stabile, al di là della mostra temporanea, magari accanto alla Venere di Botticelli o al Tondo Doni? «Noi ci stiamo provando: nella Tribuna degli Uffizi appena restaurata, delle 32 opere ora esposte ben 25 arrivano proprio dai depositi».