Esiste in Sardegna una diffusa rete di esperienze di gestione di aree monumentali e paesaggistiche, di musei e antiquaria. Provate a consultare la pagina internet della regione Sardegna (http:regione.sardegna.it) e aggiratevi fra le varie tipologie proposte sia nel sistema direttamente museale che in quello delle aree. Il fenomeno presenta aspetti complessi, ma comunque dipinge un quadro di grande interesse e in crescita quantitativa. La difficoltà che si trova nell'aggregare i dati è tipica dell'evoluzione del settore: da un lato sono pubblicati quelli delle aree a gestione statale grazie al SISTAN (Sistema Statistico Nazionale), dall'altro sono in via di organizzazione quelli delle aree a gestione comunale e comunque non statale, che si moltiplicano. C'è un'importante iniziativa della Regione Autonoma della Sardegna, "Innova Cultura", che mira con un questionario assai articolato a cogliere, per poter monitorare e seguire tutti gli aspetti connessi a questo campo, i progetti realizzati con l'art. 38 della legge regionale 42000: il regime giuridico dell'area o della sede museale, i profili lavorativi, gli aspetti amministrativi, le composizioni del lavoro e la serie di operazioni da effettuare nel corso del lavoro stesso. Dati che sarà di grande interesse confrontare con quelli statali del SISTAN, che li propone disaggregati per ingressi a pagamento, gratuiti e incassi per i cosiddetti servizi aggiuntivi (quelle attività che si affiancano alla classica gestione e accompagnamento sul sito o sul museo, e propongono servizi che vanno dalla ristorazione al bar al guardaroba, alla vendita di pubblicazioni varie - il cosiddetto 'bookshop' - a quella di oggetti legati in qualche modo al sito o al territorio diretto o regionale (oggetti ricordo, magliette, serie di diapositive o cartoline, profumi antichi, ceramiche tradizionali etc.). I gruppi di giovani (ed ex-giovani) che in Sardegna operano nella gestione diretta delle aree, svolgendo i classici servizi di guardiania, manutenzione, guida e accompagnamento alla visita e relative spiegazioni, anche plurilingue, sono in aumento. Diversi sono i modelli per la gestione, diversi gli approcci: molti laureati oppure molti gestori, più guide turistiche e manutentori, economisti e cultural managers, ma un dato, straordinario, sembra accomunare tutti: sempre di più il turista, soprattutto nelle aree monumentali, va a visitare il monumento, ma chiede anche me lo confermano molti gruppi notizie sull'ambiente, su dove andare al mare, sui cibi tradizionali, su altri possibili itinerari: cosa c'è da vedere? Il visitatore, chiede in realtà il territorio, del quale il monumento prescelto è luogo puntuale ma punta di un iceberg più vasto, potenzialmente vastissimo. Un altro dato interessante che sembra profilarsi lo propongo per ora, in assenza di statistiche compiutamente formalizzate e comparabili, anche se non in maniera omogenea e lineare - è quello della crescita che si verifica in molti luoghi a gestione non direttamente statale, rispetto alla flessione complessiva delle aree a gestione statale. Se noi osserviamo infatti i dati del SISTAN, registriamo per la Sardegna un decremento dei visitatori costante fra il 1997 ed il 2003, che sembra esprimere anche per il 2004 tale tendenza. Ci si è infatti spostati dalle 416.721 presenze del 1997 alle 277.975 del 2003. La Sardegna è al tredicesimo posto in Italia per visitatori di Musei e aree monumentali statali. Il vettore maggiore di visite, il compendio Garibaldino di Caprera, ha negli ultimi una flessione progressiva, passando dai 154.679 visitatori del 1997 ai 106.193 del 2003. La situazione nelle aree a gestione non statale (con presenza comunale diretta o mediata e affidamento a società in gran parte costituitesi con finanziamento della Regione) appare diversa: dati come quelli di Torralba, Alghero e Orroli sembrano indicare, con decisione o come linea tendenziale, un aumento dei visitatori. Nuove realtà, a decine, appaiono nello scenario affiancandosi a quelle già note, soprattutto nelle aree archeologiche. Ma appaiono musei tematici su elementi tipici del territorio, dalla miniera, alla neviera, alla storia dei fabbri a quella del vino: ai centri già citati si possono aggiungere Aritzo, Armungia, Atzara, Berchidda, Buddusò, Calasetta, Carbonia, Dorgali, Fordongianus, Gesturi, Goni, Gonnostramatza, Laconi, Isili, Ilbono, Irgoli, Macomer, Meana Sardo, Ortacesus, Orani, Osini, Ozieri, Padria, Perfugas, Pula, Santadi, Sardara, Senorbì, Serri, Seulo, Suni, Teti, Tortolì, Tratalias, Villanovaforru, Villagrande Strisaili, Viddalba, Villanova Monteleone, Villanovaforru, Villanovatulo, Villaperuccio, Villasalto, Villasimius. E altri ancora di cui avremo modo di parlare. Quali sono gli ordini di grandezza? Chi lavora nella gestione? Con quali modelli, problemi e prospettive? Per quanto riguarda gli ordini di grandezza, se in alcuni casi essi sono interessanti (mi riferisco alle presenze di Barumini, oscillanti attorno alle settantamila unità annue, al bacino diTharros, assestato su circa sessantamila presenze annue, S. Cristina di Paulilatino con trentacinquemila presenze, Nuraghe Losa con ventimila, a quelle di Torralba, con quasi cinquantamila nel 2004 e infine al bacino integrato dell'algherese, con circa trentacinquemila presenze fra Necropoli preistorica di Anghelu Ruju e Nuraghe Palmavera, tredicimila al tofet di S. Antioco, dodicimila al grandioso nuraghe Arrubiu di Orroli) in altri ma anche in quelli appena citati - rispetto al pregio del monumento vi sono certamente ampi margini di miglioramento: si pensi al santuario a ziqqurat di Monte d'Accoddi-Sassari, con ottomila presenze annue, o al totale dei visitatori (dati 2003) tra area archeologica romana e Antiquarium Turritano, poco oltre le diecimila presenze, con circa dodicimila visitatori, Su Romanzesu di Bitti con seimila e il pregevolissimo tempio a pozzo di Su Tempiesu, a Orune, con circa quattromila presenze. Le figure impegnate direttamente o indirettamente sono molteplici e variabili a seconda delle realtà e dei contesti nei quali sono nate le esperienze del lavoro. In molti casi non troviamo le classiche figure dei professionisti dei beni culturali all'interno dei gruppi di gestione delle aree o dei musei (archeologo, storico dell'arte, restauratore, demoantropologo, archivista, bibliotecario, architetto, museologo) ma all'esterno; in altri tali figure sono presenti e persino dominanti. Manca però in genere, un profilo articolato di professionalità (capacità autonoma di ricerca scientifica, gestione, amministrazione, analisi di mercato e promozionecomunicazione). E' un contesto lavorativo, professionale e d economico di grande complessità e problematicità, che deve essere letto assieme al dato nazionale, senza trascurare, ma piuttosto capire e valorizzare quello della specificità. Il dato nazionale, da una serie di segnalatori, è piuttosto contradditorio, non leggibile univocamente: ma nella difficoltà in cui versa il sistema turistico nazionale emerge un aumento dei visitatori delle città d'arte. L'attrattività della risorsa culturale è in aumento, e la città si propone favorevolmente come insieme di servizi. In ogni caso, il turismo culturale raggiunge l'1,3 del PIL, e i consumi in questo campo appaiono in crescita. Ancora: molti operatori mettono in conto una certa difficoltà a realizzare ritorni economici diretti nella gestione delle aree museali o monumentali, se non accompagnate da fortissime attrattività (parrebbero in attivo sicuro poli come gli Uffizi di Firenze, la Galleria Borghese di Roma, la Galleria di Brera, il cenacolo vinciano e l'area archeologica di Pompei, i cui scavi attraggono la straordinaria cifra di duemilioni ottantatremila 988 visitatori secondo i rilevamenti del 2003). Le cifre della Sardegna, in questo campo, sono di non facile lettura, e in movimento, ma un dato emerge con chiarezza: la necessità di fornire un servizio che sia allineato con la qualità delle unità monumentali e paesaggistiche. L'incremento dell'offerta vasta e di biglietti cumulativi, perché talora la somma singola di più visite diventa davvero onerosa. Dovremo fare meno errori. Al di là dei modelli perseguiti nella gestione, sui quali da anni si discute animatamente, emerge la necessità di una maggiore formazione nell'ambito della cultura d'impresa e nello stesso tempo di piena qualificazione e riconoscimento dei lavoratori che operano in questo affascinante campo. Gli operatori che lavorano alle varie linee produttive della fabbrica-sito o della fabbrica-museo non possono che essere prodotti progressivamente da un sempre più elevato standard formativo: in questo senso il ruolo del sistema di alta formazione universitaria e artistica appare centrale. Ma esistono diversi 'pericoli' che ostacolano tuttora il liberarsi professionale di tali attività produttive: il primo è generalmente individuato nella frammentarietà dell'offerta, che rischia per le aree e ancora per i musei, pur nelle nuove e diverse articolazioni tipologiche di produrre tanti piccoli nuclei economicamente non produttivi. Il discorso su questo punto appare assai delicato, perché si pone al confine tra una esigenza di economicità necessaria alla sopravvivenza dell'impresa e, comunque, tra quella di gestire e tutelare di fatto una risorsa, fatto in sé positivo e non inquadrabile con un semplice meccanismo di costi-ricavi frontali. Se ben tenuta ma solo se ben tenuta l'area monumentale o quella museale è comunque da considerare come un'attività e non una passività. Un altro aspetto critico è dato dalla scarsa articolazione, e dalla sovrapposizione dei ruoli, fra istituzioni di tutela e gestione delle aree da parte delle società private che le hanno in affidamento: talora succede infatti che le istituzioni della tutela intervengano anche nei meccanismi interni al funzionamento societario, condizionandoli in maniera impropria, "proponendo" consulenti, pubblicazioni, o ancora profili professionali. E' preferibile meno presenza su questi aspetti, senza cedere magari rendendoli anche più esigenti sui controlli precisamente legati alla conservazione. Infine, la grande risorsa che produce comunque il lavoro nel campo dei beni culturali, la stupefacente quantità e reticolarità di 'cose culturali' , è sottoposta al rischio di una politica in realtà neo-centralista, ad onta delle sue dichiarazioni. Si veda il famigerato articolo del silenzio-assenso, con 120 giorni di tempo per istruire e chiudere complesse analisi che potrebbero arrivare in notevole quantità, cuneo di frattura della ricchezza della rete, e ad una tendenza organizzativa nel campo della gestione dei beni culturali che mira direttamente a controllare dal centro le risorse più importanti. E la Sardegna, anche se non ancora visibilmente, è già nel mirino. Al di là di ogni conclamata devolution, l'attuale ideologia operativa del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali produce notevoli insidie su due fronti 'alti': da un lato l'attacco al patrimonio pubblico più appetibile attraverso il sistema delle cartolarizzazioni, dall'altro il progetto di monopolizzare la gestione attraverso la logica delle (potentissime) Fondazioni, che rischiano di calare nell'isola annichilendo professionisti e gruppi di gestione presenti, per molti versi necessitanti di formazione ma intimamente legati al territorio, alle aree monumentali e museali . Qualcuno pensa che difendere società e cooperative sarde possa apparire un discorso a suo modo xenofobo e protezionista. Tale osservazione non coglie il particolare legame della gente coi luoghi, che si esprime coi suoi 'laureati' spesso dimenticati e comunque con una qualità della comunicazione territoriale ben percepita dal visitatore, da quel visitatore che come abbiamo detto all'inizio chiede territorio oltre al monumento perché riconosce come importante e utile il valore della conoscenza e dell'appartenenza ai luoghi. Sarà infine davvero essenziale, come altre volte sottolineato, procedere all'acquisizione delle aree culturali al patrimonio pubblico comunale e regionale. E' una strada perseguita con successo in Scozia, Francia, Inghilterra, persino in Svezia (peraltro con una rigorosissima politica di tutela delle coste). Molte amministrazioni, di centro-destra e di centro-sinistra, lo stanno facendo, ed è la migliore garanzia contro espropri di vario genere, soprattutto nella gestione. E il sistema Sardegna, sistema di reticoli territoriali tanto diversi quanto pienamente comunicanti, ha bisogno di essere governato definendo filiere e relazioni, progettando azioni comuni (in alcuni casi sono già in corso esperienze di rete, come nel Consorzio Corona Arrubia o nel Parco Minerario). Ma il discorso torna al punto di partenza: il legame coi luoghi luoghi che pretendono legame, e non un'esclusiva (talora apparente) impeccabilità professionale deve esprimersi in maniera qualitativamente elevata. Siamo probabilmente ad una svolta. E' necessario compierla subito, partendo dal riconoscimento dei profili professionali, ambito di legislazione concorrente fra Regione e Stato, sul quale la Regione potrebbe iniziare a legiferare per dare seguito agli obiettivi di qualità prescelti. Marcello Madau