Martedì la galleria espone per la prima volta dieci pezzi di Giovanni Matera che erano conservati nei depositi Il Natale di Giovanni Matera, lu pasturaru come è citato nei documenti d'epoca, è una sacra rappresentazione di personaggi affaticati e dolenti: contadini, pastori e venditori di povere mercanzie come vuole la tradizione presepiale che la cultura figurativa seicentesca mette in opera per una finalità di pratica devota rivolta non soltanto ai ceti più umili; ma anche una umanità stracciona che alla pratica artigiana di Matera proveniva dalla tradizione iconografica della grande arte del tempo, dal caravaggismo e dalla pittura di genere. In attesa di ritrovare esposti i grandi presepi del Museo Pitrè, l'occasione per ritornare sull'opera di Matera (Trapani, 1653 Palermo, 1718) è ora il ritrovamento nei depositi di Palazzo Abatellis di un gruppo di dieci figure, che arrivarono in donazione al museo nel 1962 dalla collezione Di Ciccio insieme alla teca ("scarabarrola" in gergo) che li conteneva e sinora mai esposti, e restaurati per l'occasione. Una lettura ingarbugliata, quelle delle piccole figure di Matera, anche a causa di una prolifica attività di bottega che ne ha ripetuto modi e repertori rendendo problematica l'individuazione della mano del maestro. Nei gruppi, in mostra da martedì, Di Ciccio aveva segnato con chiarezza il suo nome sotto alcune basi, insieme a un'altra scritta, "Monreale", ancora di dubbio riferimento se alla località o a un collaboratore di bottega sconosciuto comunque alle fonti. Artista artigiano, dunque (e non solo autore da consegnare a studiosi delle tradizioni popo-lari) nel modo con cui lo si era spesso in Sicilia dove la gerarchia dei ruoli era più fluida che altrove; e quindi con una padronanza del mestiere su materiali umili legno, tela, colla che sono non a caso gli stessi dei grandi gruppi processionali dei Misteri di Trapani, dove Matera aveva compiuto il suo apprendistato prima di trasferirsi a Palermo trovando protezione, dopo una accusa di omicidio (i pochi documenti non dicono altro), nei feudi del marchese Di Gregorio prima di trasferirsi presso i monaci del convento di Sant'Antonino. Ma anche, autore in grado di unire nella medesima circolazione di pratiche figurative alto e basso, maniera popolare e pubblico colto in quel teatro di drammi e travagli quotidiani che gli era offerto dai temi del presepe. Non a caso, tra i suoi gruppi più fortunati figurano le scene drammatiche della "Strage degli innocenti" che Matera risolse con un realismo talvolta brutale, e un movimento dei corpi e dei panneggi che ricorda la grande scultura barocca. Nei gruppi adesso ritrovati, la cui vicenda storica è stata studiata da Evelina De Castro, prevalgono contadini, pastori: un giovane stremato dalla fatica addormentato in groppa a un mulo, ma anche mendicanti seduti o semisdraiati nella posa tante volte variata dalla pittura dell'epoca, le cui vesti povere ci restituiscono oggi uno scorcio del paesaggio antropologico del tempo. Pochi decenni soltanto separano i presepi di Matera da quello realizzato da Vito D'Anna probabilmente negli anni Sessanta del Settecento, ed è un vistoso cambio di passo: concepito per una committenza sconosciuta, lasciato in eredità ai Padri Filippini, passato ai Lanza Mazzarino e quindi, nel secondo dopoguerra, alla famiglia Burgio (attuale proprietaria), il presepe costituisce un tassello importante del gusto tra arcadia e rococò della società palermitana di fine secolo. Oltre 150 pezzi, dipinti su cartoncino sagomato con quella eleganza figurativa e quella ambientazione pastorale da melodramma tipiche del secolo, che saranno in mostra dal 20 dicembre a Palazzo Ajutamicristo (in via Garibaldi) su iniziativa della Soprintendenza dopo quasi vent'anni dall'ultima esposizione. Una prova insolita ma non secondaria nell'opera del pittore palermitano (1718 1769), non soltanto perché anche in questo caso quel continuo trascorrere dalle arti decorative alle arti maggiori mostra il passaggio da modi pittorici delle volte e delle cupole affrescate a queste figurine con i medesimi modu-li, ad esempio nel gruppo degli angeli in gloria che proviene direttamente dai grandi cantieri decorativi settecenteschi; ma anche perché questo passaggio di scala dalla grande pittura verso dimensioni miniaturizzate è uno degli elementi unificanti del rococò, dalle porcellane agli stucchi sino alle illustrazioni. Così, nel testo in catalogo, Elvira D'Amico riconosce alternata accanto alla mano di Vito quella del figlio Alessandro, collaboratore del padre e poi pittore specializzato in vedute e costumi alla corte di Napoli. Presepe colto, quindi, questo di D'Anna, dove la tensione devota cede alle eleganze di corte, ambientando la Natività con i bellissimi fondali dipinti, paesaggi e soprattutto rovine classiche ai modi di Piranesi, desunte dalla ricca circolazione di stampe con vedute e capricci architettonici che probabilmente erano corredo del pittore sin dai tempi del suo apprendistato romano presso Corrado Giaquinto. Un gran teatro d'Arcadia insomma, e come è stato allestito oggi riconfigurando (in via di ipotesi: non ci sono indicazioni su come i pezzi dovevano essere disposti) quelle partiture di gesti, cadenze, movimenti flessuosi e dialoghi galanti che dettano il ritmo della socialità aristocratica settecentesca.