Non sono preoccupato neanche per il patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico di Partenope, ridotto a cartolina propagandistica dai comunicati ufficiali. Non sono preoccupato per nessuna di queste cose, elencate a caso, non per dolente graduatoria. Anch'io, come nel film di Benigni evocato da Roberto Saviano di recente, ritengo che altre "quisquilie e pinzillacchere" costituiscano i veri problemi di Napoli. Potrei, perciò, soffermarmi sugli ossimori amministrativi che caratterizzano la sindacatura in corso i quali, a dire il vero, somigliano più a "limerick", a minuscoli componimenti poetici di delizioso nonsenso, che ad atti ineccepibili per scienza e coscienza stilati da chi ha l'obbligo di garantire la cosa pubblica. Altrimenti, essa viene ridotta ai frammenti dispersi di improbabili "beni comuni", mentre il Bene comune, così come lo hanno inteso i padri del liberalismo (borghese) e quelli del socialismo (riformista e umanitario) va a farsi friggere. Senza questo timone, i cosiddetti "beni comuni" diventano scialuppe alla deriva, con disperati che cercano di evitare che altri come loro possano salire a bordo, mentre il Titanic mestamente affonda, infischiandosene dei proclami fatti prima della partenza dalla compagnia armatrice sulla superba stazza della nave. Potrei spendere, sempre a proposito di "quisquilie e pinzillacchere", qualche riga sul fatto che lo "spacchettamento" (brutto termine in voga) dei "beni comuni" possa far gola, alla fine, a qualche intraprendente e paziente "immobiliarista" (altro termine orrendo). Ma neanche da queste minuzie è provocato il mio cruccio. Perciò, bando alle divagazioni, è giunto il momento di svelare gli autentici motivi della mia ambascia. E, in questo, mi corre nuovamente in aiuto il genio satirico di Roberto Benigni. Sono molto preoccupato per il prossimo sindaco che, non so come, non so quando, prenderà il posto di quello attuale. Ed ecco, allora, il problema dei problemi che affliggono Partenope: si stanno esaurendo gli spazi cittadini "da liberare". Ecco perché non posso non dare la mia piena solidarietà al prossimo sindaco che, sicuramente con saggezza e competenza, amministrerà la mia città. A tal fine, mi permetto di suggerire all'ipotetico, futuro Primo Cittadino di Napoli di non perdere altro tempo e di mettersi fin da oggi alla ricerca di piazze, strade e slarghi da "liberare". Farebbe opera meritoria e non potrei fare a meno di garantirgli il mio modesto appoggio fin da questo momento. Sono vent'anni che la città, con i suoi guai, ricorda certi regali poco graditi che, tra Natale e Capodanno, vengono riciclati tra amici e parenti senza neppure cambiare confezione. Se diventano oggetto di banale propaganda, i simboli scadono nella retorica e nei luoghi comuni. È stato così per piazza del Plebiscito. È già così per il lungomare "desertificato". La città, le città, sono, tra l'altro, delicati "sistemi di simboli". La decadenza di una città coincide, spesso, con l'esaurirsi della sua comunicazione simbolica ridotta a "scartiloffio", al pari dei pupazzetti di plastica "made in China" contrabbandati come "pastori napoletani del Settecento". A viale Kennedy, nei pressi del passo carraio della Mostra d'Oltremare, due anziani homeless hanno sistemato le loro povere masserizie sulla pista ciclabile e in quel luogo vivono da settimane, come nella sofferente e ironica percezione simbolica della città presente nelle foto di Guido Giannini. In un altro film, "Nuovo cinema Paradiso" di Giuseppe Tornatore, compare in diverse scene un patetico personaggio che insiste nell'affermare che la piazza dove si affaccia il cinema è di sua esclusiva pertinenza. Guai se il sindaco di una grande città europea scambia le sue responsabilità di amministratore con il ruolo del caratterista di quel film.
CHE COSA C'È DA LIBERARE ANCORA
L'autore è preoccupato per il futuro di Napoli, in particolare per il prossimo sindaco che dovrà affrontare i problemi della città. Egli sostiene che il vero problema non sono le questioni di patrimonio artistico e architettonico, ma piuttosto gli "ossimori amministrativi" che caratterizzano la sindacatura attuale. L'autore suggerisce al prossimo sindaco di concentrarsi sulla ricerca di spazi cittadini "da liberare" e di non perdere tempo. Inoltre, l'autore critica la propaganda e la retorica che circondano i simboli della città, come piazza del Plebiscito e lungomare "desertificato", che sono diventati "scartiloffio" e non più simboli vivi della città.
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