Oggi a Veronella si presenta un volume dedicato a un'architettura abbandonata nell'incuria, ma per cui la cittadinanza si mobilita Raccolte 9.720 firme per Villa Serego, Giovanni Rana in testa: «Vi abitarono i miei genitori». Il complesso monumentale, a cui lavorò il Palladio, rischia la rovina La magnifica Firenze, certo: la patria delle arti. Ma nel Cinquecento ogni plaga d'Italia vantava i suoi mecenati. Nel Veronese le famiglie nobili assumevano grandi artisti per rendere magnifiche le loro dimore. La pianura era zona fiorente, l'antica via Porcilana costituiva il percorso più battuto tra Venezia e Verona, proseguendo poi verso Brescia Cremona. Veronella allora la Cucca vanta una testimonianza meravigliosa di quei fasti: il complesso appartenuto ai conti Serego e conosciuto come Cucchetta. La «Corte Grande» data la sua vastità (30mila metri quadrati di superficie!) È incredibile che un simile tesoro, di assoluta rilevanza architettonica e storica (basti dire che ospitò l'imperatore Carlo V, nel 1532) sia da anni abbandonato, destinato alla rovina, se non fosse insorta la cittadinanza. Eppure vi contribuì uno dei più grandi architetti di tutti i tempi, Andrea Palladio. Oggi alle 16 nella sala civica di Veronella, l'associazione culturale Adige Nostro presenterà il libro che raccoglie i recenti studi di Giulio Zavatta, ricercatore all'Università di Verona, già presentati a Veronella nel corso di un convegno tenutosi nel maggio del 2011. Nel volume sono pubblicati anche i contributi di Beppino Dal Cero, Marco Pasa, Guerrino Maccagnan e Jessica Soprana. LA SALVEZZA di Corte Grande, come si diceva, ha mobilitato la cittadinanza: 9.720 firme sono state già raccolte per dichiarare la villa «luogo del cuore» nel censimento del Fai, Fondo italiano per l'ambiente. L'iniziativa è partita dai volontari del paese, ma è dilagata in tutta Italia, grazie anche a famosi amici del monumento, primo tra tutti Giovanni Rana: alla Corte Grande abitarono i genitori di quello che sarebbe diventato il più famoso pastaio d'Italia. Il numero di firme già raccolte per la corte di Veronella è pari al triplo degli abitanti nel Comune: il caso non è più locale, si tratta infatti del patrimonio architettonico nazionale. A Veronella lavorò il Palla-dio, si diceva. Studiando il carteggio fra i conti Serego e il sommo architetto, Giulio Zavatta ha scoperto che l'artista alloggiò a Veronella nel maggio del 1565. Si recò dai Serego per soprintendere alla costruzione delle capriate lignee che coprivano le barchesse, che oggi rischiano di crollare se non si interverrà al più presto. Sempre ai Serego, Palladio aveva presentato il disegno della villa, che però non piacque ai committenti. n geniale progettista, venne in due occasioni dalla sua Vicenza a Veronella, per discutere del progetto con i proprietarie con le maestranze, tuttavia l'accordo non fu trovato. I rapporti si interruppero definitivamente nel 1570, quando l'architetto venne chiamato a Venezia, a servizio della Serenissima. I committenti, Federico e Antonio Maria Serego, si fecero mancare il contributo finale del Palladio, ma non perché non fossero mecenati illuminati. Jessica Soprana lo dimostra pubblicando l'epistolario dei Serego: ordinavano piante ornamentali e fiori da Costantinopoli e perfino dal Nuovo Mondo. Una lettera datata 28 novembre 1588 elenca semenze di fiori giunte dalla Spagna; tra queste, la Malva arborea dell'India, la Viola Matronale e il Sangue de Draco, una pianta originaria della foresta pluviale amazzonica. « La stessa attenzione rivolta alla costruzione o all'ampliamento di un fabbricato», osserva la studiosa, «veniva applicata anche a ciò che lo attorniava; le cose nascevano e crescevano insieme. La ricercatezza delle piante e dei fiori, l'attenzione al particolare e al loro continuo divenire celebrano ancora una volta il prestigio della famiglia Serego e il suo intervento sul territorio». Il tema dei fiori esotici e delle piante ornamentali utilizzati a Corte Grande merita approfondimenti. «I miei studi su questo fronte stanno proseguendo», annuncia Giulio Zavatta. «Ho trovato altre carte sui fiori e soprattutto notizie sul fatto che Federico Serego tentò di assumere importanti giardinieri, alcuni dei quali avevano lavorato anche per le più importanti famiglie nobili di Roma». Sarebbe un delitto che, dove fiorivano meraviglie, restassero macerie.