Volge al termine il pallido regno di Lorenzo Ornaghi sui martoriati Beni culturali, e come nelle migliori tradizioni di antico regime il sovrano morente distribuisce le ultime prebende. E non sono prebende da poco: si parla del quarto posto su quattro del consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia. E chi è il prescelto? Antonio Rasi Caldogno, dallo scorso agosto capo di gabinetto del medesimo Ornaghi. Rasi Caldogno fa parte del gruppo di veneti che transitò dal Ministero dell'Agri-cultura a quello della Cultura (senza agri) al seguito di Giancarlo Galan. Lo stesso virtuoso percorso, per dire, che fece Marino Massimo De Caro, il consigliere di Galan e poi di Ornaghi che il prossimo 4 gennaio andrà a processo per il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini. Nell'autunno del 2011 anche Galan provò a piazzare nel cda della Biennale il suo capo di gabinetto di allora, l'onnipotente Salvo Nastasi. Ma un vastissimo coro di critiche convinse Galan che non era proprio il caso di legare così strettamente la Biennale al potere ministeriale. MA ORA L'ALLIEVO di Gianfranco Miglio, Ornaghi, mostra di avere assai meno scrupoli istituzionali dell'ex manager di Publitalia, Galan. E dunque Rasi Caldogno avrà il doppio ruolo: braccio destro del ministro a Roma, membro del cda della Biennale a Venezia. Il che determina più conflitti di interesse di quanti non avrebbe prodotto la stessa situazione con Nastasi. Rasi Caldogno, infatti, è assai radicato a Venezia, ed è da sempre legato al sindaco Giorgio Orsoni, che è un altro membro del cda (insieme al presidente del Veneto Zaia e alla presidente della Provincia, Zaccariotto). In questo momento il Comune di Venezia intrattiene dialoghi molto delicati con il Mibac, e il capo di gabinetto gioca in questi confronti un ruolo chiave. In quale sede si parlerà, per esempio, della probabile richiesta del Comune di derogare al vincolo paesaggistico per costruire la Torre Cardin a Marghera? Direttamente nel cda della Biennale? E in quale squadra giocherà il Rasi Caldogno? Ornaghi ha dunque sigillato la massima manifestazione culturale italiana in un circuito provinciale di potere locale e relativo sottobosco. Il ministero dell'unico ministro non tecnico del governo tecnico finisce dunque come era iniziato: una lotta senza quartiere contro ogni forma di competenza.