LA PROTESTA OGGI A ROMA PER IL RICONOSCIMENTO DI UNO STATUS. MA LE SIGLE SONO TANTE (E DIVISE) Diverse organizzazioni stanno invece cercando di far rientrare la categoria tra i "professionisti non organizzati in forme ordinistiche o collegiali» A influenzare, in un senso o nell'altro, la partecipazione odierna non saranno certamente le condizioni meteorologiche. Non sarà per la pioggia e il freddo che la piazza della Rotonda nella quale stamane si ritroveranno gli archeologi italiani per una manifestazione nazionale, sarà più o meno gremita. Gli archeologi sono abituati a lavorare al gelo dell'inverno o al caldo torrido dell'estate. Procedere allo scavo di una tomba, annotare su un taccuino le informazioni, oppure fare il rilievo di una domus su un foglio di indeformabile arricciato dall'umidità o dilatato dal sole, è la consuetudine. DAI CANTIERI di emergenza nei centri urbani a quelli in aperta campagna. Da uno scavo all'altro. Spesso, da una città all'altra. Senza l'ambizione di recuperare "il prezioso vaso" come raccontava lo spot televisivo che pubblicizzava un amaro. Gli archeologi, moderni migranti della cultura, procedono in maniera incerta. Come apolidi, senza meta. Senza garanzia alcuna. Né occupazionale, né retributiva. Né, tantomeno, previdenziale. Un indistinto di speranzosi giovani appena laureati e di sfiduciati di mezza età. Sfiniti dalla ricerca, sempre più difficile, del nuovo cantiere. Una schiera della quale è impossibile fornire la consistenza numerica. Non esiste alcun ordine professionale. Sono nate però alcune associazioni di categoria. Non tutti decidono di iscriversi. Così si viaggia tra dati parziali, tra gli "almeno" e gli "addirittura". Numeri in continua evoluzione. Accresciuti dai nuovi laureati in Lettere o in Beni culturali. Diminuiti da quanti "abbandonano", trovando il modo di riciclarsi in altro modo. Alla manifestazione romana, la seconda dopo quella del 2008, parteciperanno professionisti provenienti da ogni parte d'Italia. Arrabbiati per essere ancora ai margini, degli esclusi, nonostante il nostro reclamizzato patrimonio culturale. E specificatamente quello archeologico. Una manifestazione promossa dall'Ana, l'Associazione nazionale archeologi, una delle sigle nelle quali si riconoscono i moderni Schliemann di casa nostra. I quali rivendicano di aver sollecitato, nell'agosto di quello stesso anno, la presentazione di una proposta di legge ("legge Madia) per il riconoscimento della figura di archeologo e la sua introduzione nel Codice dei culturali e del Paesaggio. PROPRIO NELL'OTTICA di questo vitale riconoscimento la CIA, la Confederazione italiana archeologi, CNAP, la Confederazione Nazionale archeologi professionisti e FAP, la Federazione archeologi professionisti, stanno invece cercando da circa un anno, congiuntamente, hanno intrapreso un'altra strada. Giungere alla definizione della figura professionale dell'archeologo e alla individuazione dei correlati livelli EQF, nei quali valorizzare i titoli acquisiti e l'esperienza curriculare. Con il proposito di far rientrare gli archeologi tra i professionisti non organizzati in forme ordinistiche o collegiali, che beneficeranno del ddl 3270 "Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi", riconoscendo il ruolo fondamentale delle associazioni di categoria e la necessità di formulare la "normativa tecnica UNI". Insomma i maltrattati archeologi italiani sembrano anche divisi. Sulle modalità funzionali al raggiungimento dell'obiettivo. Fondamentale per dare dignità a chi, in moltissimi casi, non ne ha. Nella stagione nella quale l'albero della politica continua a essere scosso dai lamenti di tante parti della società, gli eredi dei grandi archeologi del primo Novecento provano a far sentire la loro voce. Prima, forse, della resa finale. Il che non sarebbe certo un bel segnale per le sorti del Paese.