Gli appuntamenti dai film alle opere Le parole del direttore dorchestra proprio quando negli Usa iniziano gli eventi per il 2013, anno che sarà dedicato al Belpaese "Non possiamo permetterci di diventare un posto dove non si riesce più a sorridere" Cè Fabio Luisi che dirige alla Metropolitan Opera governandola nella difficile transizione post-Levine. In altro campo, il successo di Eataly ci ricorda che anche leccellenza enogastronomica è tutta al nostro attivo. E così via, senza dimenticare gli stilisti, almeno finché non saranno tutti sotto azionisti francesi. Ma bastano queste punte avanzate, o stiamo vivendo di rendita, assaporando gli ultimi bagliori, "seduti sulle spalle di giganti"? Ne parlo con Riccardo Muti, premiato qui proprio allapertura dellanno della cultura italiana: un maestro che è ormai alla sua seconda vita americana, come direttore della Chicago Symphony Orchestra da oltre due anni, dopo essere stato dal 1980 al 1992 alla guida di quella di Philadelphia. Lei sarà una star di questo anno della cultura, ed è anche un profondo conoscitore dellAmerica. Affrontiamo subito un piccolo, sporco segreto: al termine della spending review, con tagli che colpiscono perfino servizi essenziali come sanità e scuola, non cè da stupirsi se questo anno della cultura italiana avrà risorse limitatissime. È una contraddizione da cui non riusciamo a liberarci? Bastano delle individualità di spicco come lei e Piano, per nascondere le nostre debolezze? «No che non bastano. I singoli non possono occultare uno sprofondamento generale. La mancanza di risorse che lItalia dedica alla sua cultura, accompagna e accelera un decadimento di valori umani. Osservo una divaricazione preoccupante, rispetto alla percezione positiva della nostra cultura in America. Da una parte, basta guardare qualsiasi stagione operistica qui negli Stati Uniti per constatare che è sempre dominata dagli autori italiani. Dallaltra, in Italia da decenni il sistema scolastico ha di fatto abbandonato linsegnamento della musica. È una follia, e siscrive in un problema più generale, che non è solo dimmagine ma va al cuore della nostra idea di cittadinanza. Non si può essere cittadini completi senza conoscere la storia del proprio paese, senza padroneggiarne i valori più duraturi». Iniziative come questo 2013 "made in Italy" rischiano di fare velo rispetto ai problemi più gravi delle nostre istituzioni culturali? «Non va ripetuto lerrore di affidarsi a una data, poi quando è passato levento spegnere la luce. Fa impressione osservare che qui presentiamo le glorie del nostro teatro, ma in Italia i teatri sono ridotti a comportarsi come dei poveri questuanti con la mano tesa. E intere regioni del nostro paese non hanno un solo teatro dellopera né unorchestra sinfonica. È diventato quasi una moda alzare il grido "salviamo la cultura", ma dietro questo slogan che tutti ripetono, non vedo la sostanza. In America ci sono migliaia di orchestre, dalle grandissime alle community locali». Cè qualcosa da imparare, da questo modello americano? «Sì. Dalla Metropolitan Opera ai musei, e fino alla ricerca scientifica, qui la cultura e larte esistono per volontà dei cittadini, per lapporto entusiasta della società civile. Prendiamo pure atto che la crisi economica ha conseguenze tremende sul bilancio pubblico, e che in Italia lo Stato non ce la fa. Non capisco perché non riusciamo ad applicare il sistema americano del diffuso mecenatismo privato. So che cè una dimensione fiscale legata alla detraibilità di queste spese. Non può essere un ostacolo insormontabile. Stiamo parlando davvero del futuro dellItalia, di come costruire lidentità nazionale delle giovani generazioni. È un dibattito vitale: stiamo rischiando di perdere noi stessi. Il rispetto della storia, è rispetto per noi». Cosa la colpisce di più, nellimmagine che gli americani si fanno di noi? «Lavverbio che uso di più è: nonostante. Gli americani amano lItalia, nonostante. Di fatto, convivono nella loro rappresentazione due Italie. Cè quella eterna, sempre amata: e non mi riferisco solo al prestigio delle arti; a Chicago il nome italiano più rispettato è quello dello scienziato fisico Enrico Fermi. Restiamo per loro un paese delle meraviglie che continua ad esercitare una formidabile capacità di attrazione, anche se purtroppo scivoliamo dietro altri nella classifica dei visitatori internazionali. Perché dallItalia giungono troppi segnali deprimenti: si va dai crolli a Pompei, agli scandali politici. Per gli avvenimenti degli ultimi anni spesso cera solo da arrossire di fronte allinterlocutore americano. Certe prodezze ci hanno portato sullorlo del baratro. E un teatrino, e lo dico con rispetto per il teatro vero, perfino quello dei burattini: personaggi seri e morali, loro. Ma io non voglio atteggiarmi a maître-à-penser, non sono lespatriato che pontifica da fuori. Non ho mai ceduto alla tentazione di prendere la residenza allestero. Credo in un progetto di ricostruzione, che parta dai giovani e dalla cultura. Una cosa non ci possiamo permettere: diventare un paese che non riesce più neanche a sorridere».