C'è ampia materia per far riflettere qualsiasi candidato sindaco in vista delle elezioni del 2013. Nei giorni scorsi la collega Lilli Garrone ha svelato un dato straordinariamente significativo per il futuro imprenditoriale e anche ambientale di Roma. Cioè ben quattrocento permessi per costruire giacciono, non ritirati, negli uffici dell'Assessorato all'Urbanistica. Il blocco non riguarda solo le nuove costruzioni ma anche il settore demolizioni e ricostruzioni, il più richiesto. Fin troppo ovviamente quei quattrocento permessi non ritirati restituiscono, più di mille analisi economiche, la fotografia della crisi in cui si dibatte la Capitale. Il primo problema riguarda gli investimenti in un quadro di vaste incertezza. C'è poi il peso degli oneri concessori. Quest'anno, secondo i calcoli dell'Ance, l'associazione costruttori, il crollo degli investimenti nell'edilizia è pari a17,6. Le case invendute raggiungono quote ragguardevoli, con grande preoccupazione da parte dei costruttori proprietari. Ma questa complessa problematica apre inevitabilmente un altro fronte. Ovvero quello della tutela ambientale. Sarebbe ridicolo sostenere che non tutti i mali vengono per nuocere e che la crisi dell'edilizia si tradurrà in un beneficio per il territorio romano e laziale. La questione, stavolta è il caso di dirlo, è molto diversa. E si tratta di un nodo sostanzialmente culturale. Quando il ministro per i Beni e le attività culturali Sandro Bondi pose (con indubitabile lungimiranza) un vincolo per salvaguardare ciò che resta dell'Agro Romano, nessun costruttore romano prese le distanze da un generale sollevamento di scudi da parte della categoria, peraltro difesa prontamente dal sindaco Gianni Alemanno che attaccò con pesantezza il ministro Bon-di, nonostante la comune appartenenza al centrodestra. Il nodo è culturale semplicemente perché il suolo costruito è perduto per sempre: è un gesto di non ritorno. L'Agro romano rischia davvero di sparire creando un vuoto non solo nei nostri panorami ma anche nel retaggio che dovremo consegnare alle future generazioni. Forse è monotono ripeterlo ogni volta, ma la difesa del nostro Patrimonio culturale (di cui il Paesaggio è parte preponderante) è un obbligo costituzionale per la Repubblica sancito dall'articolo 9 della Carta fondante del nostro Stato. Non sono in molti a ricordarlo, ovviamente. Ma è così. Il grande urbanista Hans Kollhoff (sua una parte della risistemazione dell'Alexanderplatz) ha ricordato recentemente in un convegno a Venezia che se Berlino, dopo la caduta del Muro, non somiglia a una devastata città asiatica contemporanea massacrata da grattacielo e pessima architettura, lo si deve all'amore dei berlinesi per la loro storia e il loro retaggio. Non si capisce perché Roma dovrebbe lasciar distruggere, dopo decenni di espansione selvaggia, ancora quote di zone pregiate e magario vincolate. Insomma, lo spazio per una crescita c'è, ed è molto. Il riuso e il ripristino (come avviene nelle altri Capitali europee) può favorire lo sviluppo e dare lavoro. A Berlino lo hanno capito, e si trattava di ricostruire letteralmente una città. Roma può farlo: può capire tutto questo anche lei. Basta che i romani lo vogliano.