Nuccio Tiberio: «Non si può accettare che un luogo che merita di essere salvato sia invece calpestato» «Noto antica, la Pompei siciliana, rischia di essere inghiottita dal degrado ma il Comune non interviene». Giovanni Tuccio, simpatizzante di Legambiente scrive alla Commissione nazionale Italiana per l'Unesco chiedendo di spingere il Comune ad attivare il piano di gestione. Un'azione che evidenzia il disagio della collettività netina e cade proprio quando l'inchiesta del Centro Pio La Torre lancia un segnale d'allarme sullo stato dei siti siciliani Unesco, minacciati da cementificazioni, incuria e vandalismo. «Tuccio ha evidenziato il paradosso in cui vive Noto, inserita nella Heritage list per i suoi gioielli settecenteschi, ma incurante di Noto antica, distrutta dal sisma del 1693 e ricostruita dai suoi superstiti nell'attuale sito - rileva Nuccio Tiberio presidente di Legambiente fino al prossimo 31 dicembre quando il circolo netino chiuderà i battenti - Non si può accettare infatti che un luogo che merita di essere salvato, tutelato e reso fruibile sia invece calpestato e lasciato all'oblio». Una storia dolorosa quella di Noto antica che Giovanni Tuccio fa presente alla commissione Unesco partendo dal 2004 quando alcuni cittadini denunciarono lo stato di abbandono in cui versava l'eremo di Santa Maria della Provvidenza. I furti di quel che rimaneva del piccolo museo lapidario dove si conservavano i reperti di scavi regolari eseguiti nell'ultimo dopoguerra, erano all'ordine del giorno mentre i vandali distruggevano l'interno della chiesa. «L'altare maggiore era stato spogliato dei suoi marmi e il pavimento in ceramica policroma iniziava ad essere staccato e rubato in porzioni considerevoli. Danneggiati gli stucchi barocchi e rubate le acquasantiere». Tuccio fa presente che «La Sicilia» dedicò un'intera pagina alle condizioni in cui versava l'eremo e che a fine estate la Soprintendenza di Siracusa si mobilitò. «Recuperò gli ultimi oggetti lapidei rimasti, consegnandoli al Comune di Noto, poi issò pareti in pietra e murò tutti gli ingressi sia all'eremo che alla chiesa». Negli anni successivi il Comune avrebbe pensato soltanto a dotare il sito della cartellonistica all'esterno. Oggi però, a dire di Tuccio, le mura issate sono ricordi e l'opera di devastazione non si ferma. Nulla rimane del pavimento. Al suo posto solo volgari scritte cui fanno da contraltare «il rammarico e il senso di impotenza che investono chi vorrebbe vedere luoghi così suggestivi, fruiti e non depredati o vandalizzati. Eppure - aggiunge - stando alle guide turistiche del Comune si sta parlando di un parco archeologico. In realtà il sito è abbandonato, senza alcuna sorveglianza e in balia di mandrie che vi pascolano indisturbate. Bisogna fermare lo stillicidio e spingere il Comune ad assumersi le sue responsabilità, attivando un programma che vada dalla messa in sicurezza al recupero». Cetty Amenta 12122012