Caro direttore, debbo nuovamente chiedere ospitalità: l'articolo di Gian Antonio Stella «Il ministro e quella lettera senza risposta», che due giorni fa ha avuto l'onore di incominciare dalla prima pagina del Corriere della Sera, si chiude con un perentorio e ironico «toc toc: c'è nessuno, lassù?», a cui non posso non cercare di offrire una qualche parzialissima soddisfazione. Pertanto, mi si permettano alcune dovute (ai lettori del Corriere) precisazioni e, in aggiunta, una mia personale riflessione. La lettera in questione, sottoscritta da più di un centinaio di archivisti, bibliotecari, direttori di museo, archeologi e storici dell'arte, e indirizzata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e al ministro della Funzione pubblica, oltre che naturalmente a me, è pervenuta al ministero il 24 maggio, riprendendo in alcuni dei suoi contenuti un articolo di Stella del 9 marzo. La mancata risposta alla lettera aperta, almeno uno «straccio di risposta di cortesia», come scrive Stella, è segno di «infischiarsene» del sempre più angosciante problema di quale debba e possa essere, nella nostra società, il rapporto giusto o meno ingiusto fra merito e professione, fra rilevanza sociale di un lavoro e retribuzione, Stella è del tutto libero di pensarla così. E io credo mio dovere istituzionale di non dover replicare, anche in questo caso, alle piccole o meno piccole offese alla mia intelligenza delle cose e alla mia personale sensibilità di fronte a distorsioni o fratture che caratterizzano da molti decenni la nostra convivenza civile e che, invece di ricomporsi o accorciarsi, si sono venute allargando e aggravando. Propongo però a Stella una differente interpretazione. Le risposte formali, retoriche ed evanescenti, anche se «di cortesia», non sono un malvezzo che, al pari delle critiche sprovviste di un realistico contributo costruttivo, lasciano marcire i nostri annosi problemi, tenendoli avvolti in un sempre meno tollerabile involucro di parole, dichiarazioni convenzionali, grida di battaglia a favore di una società in cui tutti i meriti ottengano il loro giusto compenso. La sofferenza e il senso di umiliazione dei più capaci e onesti (e sono tantissimi) dei dirigenti dei molteplici settori della cultura afferenti al ministero, li sento e sono anche miei. Lo sono, in questo periodo, da ministro. Lo sono da cittadino, poiché per esperienza diretta conosco quanto questi sentimenti siano presenti in altre, rilevanti cerchie sociali e professionali del nostro Paese. Le responsabilità di quest'ultimo anno mi hanno consentito di sperimentare quasi quotidianamente quanto la questione stia a cuore all'intero governo, pur nella consapevolezza che non vi è, se non per chi intende comportarsi come gli struzzi, o per i demagoghi, una rapida, indolore soluzione a portata di mano. E qui vengo a esporre, pur brevemente, la mia riflessione. Stella ripropone la comparazione fra stipendi all'interno del pubblico impiego. Anche in questo caso, è espressione della sua libertà di giornalista il continuare a farlo. Temo tuttavia che, se la comparazione venisse legittimamente estesa a qualche particolare settore cosiddetto «privato» (o, nell'uso corrente, di mercato), ancora più grave diventerebbe il rischio che, consapevolmente o inconsapevolmente, stiamo correndo: quello cioè di scivolare ancora più velocemente lungo il piano inclinato di un incattivimento della società italiana. Se agendo, e non soltanto parlando, davvero si vuole avviare a soluzione qualcuno degli antichi e gravi problemi che ostacolano un differente e migliore modello di sviluppo, dobbiamo a ogni costo evitare il diffondersi della peste dell'invidia e delle gelosie sociali. L'incattivimento della società è più pericoloso dello spread. E, per la nostra democrazia, sarebbe ancora più nefasto di ogni immaginabile stallo dei partiti o del sistema rappresentativo-elettivo. Un'ultima notazione. Stella riferisce della «avviata soppressione del Comitato tecnico-scientifico». Credo volesse riferirsi al Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, e al sin qui mancato rinnovo dei Comitati tecnico-scientifici all'interno del Consiglio stesso. Se si fosse rivolto telefonicamente a me, o a qualche altro ufficio competente del ministero, avrebbe subito avuto gli elementi necessari per offrire informazioni corrette ai suoi lettori, così da non dare ingenuamente credito all'anonimo (e, a suo giudizio, «feroce») commento intorno a «un abile arabesco politico da parte di un ministro tecnico!». Per non appesantire ulteriormente questa mia già lunga risposta, sarò ben lieto di incontrare Stella, non appena trascorso questo periodo di feste. Gli fornirò tutte le carte, i documenti, i miei interventi in Commissione parlamentare, utili per stendere un corretto articolo su questo tema per nulla secondario. Durante l'incontro cercherò anche di rispondere a eventuali repliche o contro argomentazioni che - è una sua prerogativa - intendesse apporre a questo mio intervento di doverosa chiarificazione. Ministro per i Beni e le attività culturali
Rapporto tra merito e professione Bisogna evitare le gelosie sociali
Il ministro per i Beni e le attività culturali, in risposta all'articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, esprime la sua disapprovazione per la mancata risposta alla lettera aperta inviata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio e al ministro della Funzione pubblica. La lettera, firmata da più di un centinaio di professionisti del settore, solleva il problema del rapporto tra merito e professione, e richiede una maggiore retribuzione per i lavoratori del settore. Il ministro sostiene che le risposte formali non sono un malvezzo che lascia marcire i problemi, ma piuttosto un segno di infischiarsi del problema.
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