Il Fontego dei Tedeschi è un meraviglioso palazzo che appare alla propria destra quando, percorrendo il Canal Grande, si oltrepassa il Ponte di Rialto, si entra in una grande curva per poi avviarsi in direzione della stazione ferroviaria. Struttura adatta ad accogliere chi viene dall'acqua, con un ampio colonnato che dà sul canale. Ma facilmente raggiungibile anche da terra, quando, lasciato il Ponte di Rialto alle proprie spalle, si procede a piedi verso sinistra per raggiungere la Strada Nuova. Storicamente sede dei mercanti tedeschi che si recavano a Venezia e loro emporio, testimonia il prestigio di cui godeva la comunità tedesca, importante per i commerci veneziani sia per il proprio mercato, sia per gli scambi culturali e artistici. La sua gestione, in passato, corrispondeva a una politica finalizzata a incentivare la presenza permanente di comunità straniere, a ognuna delle quali veniva dato un proprio spazio. Perché sulla Laguna si discute tanto e a lungo proprio sul Fontego dei Tedeschi? Innanzitutto bisogna sapere quali varie funzioni ebbe in passato: dopo essere stato dato in affitto, per secoli, ai tedeschi, nel 1806 fu trasformato in dogana di terra, poi ospitò gli uffici fiscali e militari dell'Austria, l'Intendenza di Finanza ed infine le Poste, dalla fine dell'Ottocento in poi. Proprio l'uso come ufficio postale lo rese, fino a pochi anni fa, un luogo pubblico, in cui molti cittadini - veneziani e non - si recavano sia per usufruire dei servizi postali sia per utilizzare i telefoni pubblici lì presenti. Grazie alla sua collocazione, non era un edificio postale a sé stante, bensì era immerso nel cuore della vita cittadina, vicino al mercato di Rialto, a Ca' Farsetti, sede del comune di Venezia, a osterie, alla Piazza S. Bartolomeo, al Tribunale, ecc. Zona, dunque, di incontro per tutti i veneziani, centrale e ricca di «attrazioni». Proprio in quanto parte del cuore della città, il problema della destinazione d'uso del palazzo è molto sentito. Dai veneziani, ma non solo. Tale interesse è emerso da quando le Poste Italiane, proprietarie dell'immobile, decisero di venderlo alla società Edizione Property (del gruppo Benetton). Da allora si è sviluppato un dibattito infuocato, che riguardava la salvaguardia dell'edificio storico come bene culturale e la sua destinazione urbanistica «ad uso pubblico», vincolata allora dal Piano Regolatore Generale, che sarebbe potuto essere modificato solamente dal Comune di Venezia. Il dibattito, illustrato anche dalla stampa straniera, ha coinvolto intellettuali come Salvatore Settis e Franco Cardini, Antonella Agnoli e Fabrizio Tonello. Italia Nostra si è rivolta alla Procura affinché indagasse sul progetto dell'archistar Rem Koolhaas, a cui si era affidata Edizione Property per trasformare il Fontego in un centro commerciale. Ma perché tutto questo? E cosa è ancora possibile fare oggi per «salvarlo»? Chiarificatore può essere il libro Un altro Fontego, di Alessandro Bianchini, Mario Coglitore, Giovanni Dalla Costa e Antonio Alberto Semi (Cafoscarina Editore, pp. 122, euro 12), che sarà presentato oggi alle 20.30 all'Ateneo Veneto a Venezia. Il libro mette in discussione la convenzione che il Comune di Venezia ha sottoscritto con il gruppo trevigiano, illustra le funzioni che ha avuto in passato, ne descrive le caratteristiche peculiari e, non ultimo, inserisce la vicenda nel quadro, più ampio, della realtà, passata, presente e futura di Venezia, quest'ultima vista come città della modernità. Come potrebbe essere Un altro Fontego per gli autori? Il gruppo di intellettuali propone di renderlo un luogo di incontro di culture, un luogo che valorizzi, oltre al commercio, la ricerca, la vita sociale e la tecnologia.