Il maestro brasiliano, scomparso mercoledì notte, e i ricordi del suo collega "Aveva ancora voglia di imparare" «A 85 anni continuava ad apprendere. Me lo scrisse in una lettera che risale a due decenni fa. E credo che fino all'ultimo respiro Oscar Niemeyer abbia pensato a come proseguire il suo lungo apprendistato». Da Parigi Renzo Piano ricorda l'architetto brasiliano che si è spento nella notte - italiana - fra mercoledì e giovedì. Niemeyer aveva 104 anni e se la sua fibra rude e tenace avesse resistito ancora un po', appena la metà di dicembre, avrebbe raggiunto i 105. Dai primi di novembre era in ospedale e molte cose facevano pensare che non ne sarebbe più uscito. «Ai miei occhi è sempre sembrato un giovane vecchio», insiste Piano, «un maestro che ha innestato la propria maturità su una specie di adolescenza prolungata nel tempo». Ultimo esponente del movimento moderno, si è detto di Niemeyer. Dentro il quale linguaggio, però, artista geniale e fantasioso, avrebbe riversato un amore per le forme curvilinee, spiccatamente sensuali e tanto brasiliane che di quel movimento rappresentano un rovesciamento. Autore prima di abitazioni, fra le quali spicca casa Canoas (1953), realizzata per sé e che poi avrebbe ospitato la Fondazione Niemeyer, quindi degli imponenti edifici, le costruzioni più significative di Brasilia (fra queste la strabiliante cattedrale), città di fondazione, voluta nel 1956 dal presidente brasiliano Juscelino Kubitschek e disegnata dal suo maestro Lucio Costa, con il quale aveva disegnato il padiglione del proprio paese alla Fiera internazionale di New York ancora nel 1939. Fu collaboratore poi di Le Corbusier nel 1947 per il Palazzo di vetro dell'Onu. E quindi progettista di opere in tutto il mondo, dalla Bolivia alla Francia, compresa l'Italia dove ha realizzato la sede della Mondadori, a Segrate. Intellettuale impegnato, amico di Chico Buarque e di Jorge Amado, e anche di Fidel Castro, iscritto al partito comunista (e per questo esule in Francia durante la dittatura militare in Brasile), ha scritto in un libro raccolto da Alberto Riva ( Il mondo è ingiusto, Mondadori): «L'architettura dovrebbe poter essere goduta da tutti, ma spesso soltanto i ricchi hanno l'opportunità di farlo. L'architetto lavora per i ricchi, per i governi, per le imprese, un tempo lavorava al servizio di principi e re, e i poveri sono segregati nelle favelas in condizioni di vita assurde». Lui ha lavorato per i ricchi, per i governi e per le imprese, ma l'occhio vigile, sensibile, sul riscontro che produceva quel che usciva dal suo studio l'ha conservato sempre. Racconta Piano: «Con Niemeyer ci siamo incrociati solo una volta, ma quella volta è stata per me fondamentale». Quando è accaduto? «Niemeyer era membro della giuria che doveva decidere del Beaubourg, a Parigi. In quel gruppo c'erano anche gli architetti Philip Johnson e Jean Prouvé, che era anche il presidente. Furono esaminati quasi settecento progetti e dopo seppi che Niemeyer fu un sostenitore acceso del lavoro di Richard Rogers e mio». E fu decisivo per la vostra vittoria? «Credo proprio di sì. Sia Johnson che Niemeyer avevano più di sessant'anni quando si svolse il concorso. Ma so per certo che Niemeyer si batté per le innovazioni che proponevamo, scontentando la parte più accademica dell'architettura di quel tempo, soprattutto quella francese e vicina al prestigioso Grand Prix de Rome». Dopo di allora vi frequentaste? «Non abbiamo mai avuto stretti rapporti. Niemeyer venne un anno dopo l'avvio dei lavori sul cantiere del Beaubourg. Era un impegno preso dalla giuria. Ma la vicenda del concorso gli procurò noie anche in seguito». Che tipo di noie? «Se non ricordo male si svolsero sette diverse cause giudiziarie. E in una, in particolare, vennero coinvolti i membri della giuria. In seguito tutto si risolse per il meglio». Poi solo contatti a distanza? «Nella seconda metà degli anni Ottanta lavoravamo a pochi passi l'uno dall'altro, nel XIX arrondissement di Parigi. Lui realizzava la sede del Partito comunista francese, uno degli edifici più importanti del suo vastissimo catalogo. Io mi occupavo degli appartamenti di Rue de Meaux. E ogni tanto ci scambiavamo qualche visita». Che cosa apprezza di lui? «L'assoluta coerenza del suo linguaggio, che potrei definire anche come una forma di integrità. Per certi aspetti mi fa pensare ai romanzi di José Saramago. Un atteggiamento molto lontano dall'idea che la propria architettura debba fare ogni sforzo per essere riconosciuta». Eppure le forme di Niemeyer mirano ad essere strabilianti la cattedrale di Brasilia, il Museo d'arte contemporanea di Niteroi, il Palacio da Alvorada sempre a Brasilia. O no? «È vero. Ma i suoi progetti non puntano mai a diventare un brand, come si dice oggi. E non c'è nulla di più noioso di un brand. Niemeyer ha esplorato diverse strade, ha manifestato un costante desiderio di movimento. Ma, appunto, non è difficile rintracciare in lui una coerenza di fondo». La vostre architetture sono comunque molto diverse. «Non potrebbero essere più distanti. Ma, come dicevo, considero il più grande pregio di Niemeyer l'incessante attitudine ad apprendere. La sua è una lezione che vale per tutti noi che facciamo questo lavoro. L'architettura non è un mestiere che possa dare frutti precocemente ». In Italia ha suscitato dure polemiche l'Auditorium di Ravello, sulla costiera amalfitana. «Io trovo quel progetto molto bello». Molto bello, però, è anche il paesaggio in cui quell'edificio cala. «Ho seguito a distanza le discussioni. So soltanto che in quell'area ci si voleva fare un parcheggio...». ... o anche nulla, come molti sostenevano fosse la soluzione migliore. «A prescindere da quel dibattito, che conosco poco, vorrei si sottolineasse la generosità e la misura di un personaggio che a quasi cent'anni si è cimentato con un'impresa così delicata. Anche in quel progetto c'è un elemento della sua grandezza».
NIEMEYER - L'omaggio di Renzo Piano "La sua architettura con lo stile di Saramago"
Oscar Niemeyer, un famoso architetto brasiliano, è morto il mercoledì notte all'età di 104 anni. Era noto per la sua fibra tenace e per aver continuato a imparare fino all'ultimo respiro. Niemeyer era l'ultimo esponente del movimento moderno e aveva realizzato opere significative come la cattedrale di Brasilia e la sede della Mondadori. Era anche un intellettuale impegnato e aveva scritto un libro in cui criticava l'architettura per essere accessibile solo ai ricchi. Renzo Piano, un altro famoso architetto, lo ricorda come un maestro che aveva innestato la maturità su una specie di adolescenza prolungata nel tempo.
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