VENEZIATre padroni cambiati in venti giorni, in un turbinio di colpi di scena e polemiche roventi, dopo tre anni di trattative segrete con gli Agnelli per salvare Palazzo Grassi dal fallimento e dalla chiusura. La prestigiosa istituzione culturale, passata dalla Fiat al Casinò di Venezia e quindi al finanziere e collezionista genovese Guido Angelo Terruzzi, diventerà una sorta di Beaubourg: raddoppierà i suoi spazia continuerà a fare le grandi mostre ma sotto la direzione della mane pubblica, e si arricchirà di una nuova e ricca collezione permanente, quella privata del settantacin-quenne «re del nichel», considerata fra le più importanti d'Europa. «È la più grande operazione compiuta in città, ancora più rilevante del recupero della Fenice», dice il sindaco Paolo Costa che ne è stato il regista e che ha appena firmato l'accordo che garantirà vita futura al grande palazzo affacciato sul Canal Grande. A Terrazzi, che sborserà27,4 milioni di euro, andrà il 95 della società di Palazzo Grassi, al Casinò, che scucirà 1,5 milioni, il restante 5 e la gestione di tutte le mostre. Era stato Gianni Agnelli, nel settembre del 2001, la sera dell'inaugurazione della mostra di Balthus, a chiedere aiuto al Sindaco, perché capiva che le difficoltà della Fiat lo avrebbero presto costretto a privarsi del «gioiello di famiglia», come lo chiamava. «Dobbiamo parlare del futuro di Palazzo Grassi» gli aveva detto, preoccupato. Le cose precipitarono nell'estate 2002: «Dobbiamo dismettere il palazzo, non possiamo più mantenerlo» spiegarono a Costai vertici della casa torinese. Cominciò così, prima con Gianni, poi con Umberto Agnelli, quindi con Luca di Montezemolo, la ricerca di una soluzione che consentisse di salvare l'istituzione culturale per «non sprecare questo grande investimento». Si fecero avanti il Casinò, che è di proprietà comunale, quindi la Fondazione Cassa di Risparmio (poi ritiratasi), una casa editrice, la Skirà, e un'azienda di trasporti, l'Arteria. La casa da gioco che salva l'arte, per il Sindaco, «era un pensiero nobile». Ma il piano non decollò. Esitazioni, titubanze, dubbi e polemiche. «Perché deve indebitarsi il Comune?», brontolava la città. Costa tirò dritto, mettendo «la pistola sul tavolo» come quando aveva cambiato la ditta che stava ricostruendo la Fenice per ritardi sui lavori. Ordinò al Casinò di comprare dalla Fiat il 51 della società di Palazzo Grassi, e entrol8mesil'altro49, per una spesa complessiva di 28,9 milioni di euro. Stabilì anche che allarme dell'operazione il Casinò non avrebbe dovuto detenere più del 30 delle quote e si impegnò a trovare nel frattempo dei partners privati. Il 29 gennaio il Casinò ha firmato il preliminare d'acquisto con la Fiat. «Un rischio; certo, ma se non andavo avanti non si sbloccava niente. Alcuni partners già c'erano, altri sarebbero arrivati. Avevo offerte da tutto il mondo». Guido Angelo Terruzzi, che era già in contatto con la Fiat, si fece vivo, con la sua proposta, ai primi di gennaio. È bastato poco più di un mese per firmare l'accordo che gli cede il 95 e che «non farà più correre rischi alle casse comunali». L'intesa prevede che il finanziere sistemerà al piano nobile del palazzo la sua collezione di Tiziano, Tintoretto, Tiepolo, Canaletto, Guardi, Bellotto e altri, valutata 250 milioni di euro, e che arricchirà con uno stanziamento di 10 milioni all'anno. Inoltre Terruzzi finanzierà il restauro del vecchio teatro in disuso, creando un nuovo spazio espositivo di 1.500 metri quadri, che verrà riprogettato attraverso un concorso internazionale d'architettura. Una nuova «casa delle esposizioni cittadine» nella quale il Casinò gestirà insieme al Comune anche le mostre nel salone a pianoterra e negli ammezzati, oltre che nel secondo piano nobile finché non saranno pronti gli spazi dell'ex teatro. A guidare il tutto una Fondazione composta da due società, una pubblica, la Palazzo Grassi che farà le mostre, e una privata, la Fondazione Terruzzi, che si occuperà del suo museo. «È un'ottima soluzione, il più bel regalo che lascio alla città» dice il Sindaco al termine del suo doppio mandato.