Paradossalmente fino ad ora mancava al Veneto delle ville e dei monumenti palladiani un "baricentro", un luogo in cui documentarsi, raccogliere le idee e programmare il tragitto, prima di partire sulle tracce lasciate dal grande architetto. Lo straordinario autunno vicentino dell'arte e della cultura ha portato però in "dote" ai veneti e ai turisti anche questo nuovo, piccolo gioiello, che nei giorni scorsi è finito sulla prima pagina del sito del New York Times. Il Palladio Museum è stato inaugurato nei giorni frenetici della riapertura della sua Basilica Palladiana e della mostra sul ritratto, che viaggia al ritmo da record di oltre 2000 visitatori al giorno. La sede è al secondo piano di Palazzo Barbarano, che ospita gli uffici del Centro studi Cisa-Palladio, ma a segnalarne la peculiarità sono due 'oggetti" esposti già nel cortile interno al piano terra: un albero di gelso e la gigantografia di una baracca africana. Cosa ci fanno in un museo palladiano? La risposta si avrà, naturalmente, visitando le cinque sale, introdotte da un enorme schermo con la localizzazione delle ville palladiane sulle Google Maps, comandato dal visitatore con un iPad, e da una parete con la storia del Cisa, organizzata come la porta di un frigorifero di casa, con post it, foto e magnetini. «Abbiamo voluto ricordare che i nostri "padri", nel dopoguerra, capirono che per ricostruire Vicenza devastata dalle bombe bisognava istituire un centro di ricerca sull'architettura, e chiamarono a farne parte anche studiosi inglesi, tedeschi, francesi, provenienti cioè da paesi che fino a pochi anni prima si sparavano addosso». IERI E OGGI «Allora ricchezza creava bellezza, ora non più» La prima sala è dedicata ai "Quattro libri dell'architettura" e dunque a come si sono trasmesse le idee di Palladio e come hanno influenzato i posteri, da Scamozzi a Renzo Piano; una seconda descrive i materiali e le tecniche costruttive, e una terza i rapporti fra l'architettura e l'economia del tempo, che spiega la presenza dell'albero di gelso: la fortuna di Palladio si deve ai... bacchi da seta (a loro volta esposti in una colonna trasparente), visto che i primi committenti dell'architetto furono i ricchissimi produttori vicentini della seta; la quarta sala è il Grande Salone con gli stucchi e gli affreschi, dove si racconta il rapporto fra le ville e il territorio, esponendo i grandi modelli lignei dei fabbricati palladiani sullo sfondo di grandi immagini del paesaggio veneto; infine la quinta sala è dedicata ad altri grandi organismi complessi progettati da Palladio, in particolare la Chiesa del Redentore a Venezia. E la baracca africana? Come scriviamo sotto l'immagine fa parte di una mostra fotografica molto particolare, dal titolo "Genealogie", che apre le attività temporanee ospitate dal museo, caratterizzato anche da un alto livello di interattività e multimedialità: ad accogliere i visitatori, ad esempio, ci sono in ogni sala delle guide virtuali, le proiezioni delle silouette di alcuni fra i maggiori esperti del Palladio che illustrano ciò che viene presentato nella stanza. «Abbiamo voluto realizzare - spiega Guido Beltramini - un museo capace, attraverso l'opera di un grande del passato, di parlare di architettura ai contemporanei: ricordando di quando, nelle ville, si produceva ricchezza a partire dalla bellezza, mentre oggi anche nella nostra area si crea ricchezza rovinando il territorio; un museo, dunque, che parli di futuro». AFRICA E USA. La copia e il modello Il nuovo museo sarà caratterizzato da un costante aggiornamento dei materiali esposti, a partire dai disegni originali del Maestro prestati dal Royal Institute of British Architecture di London. Ospiterà inoltre delle mostre temporanee, come quella in corso fino al 31 marzo 2013 dal titolo "Genealogie", che propone le immagini catturate in Liberia dal fotografo Max Belcher sul finire degli anni '70: esse si riferiscono alle architetture palladiane inconsapevoli, realizzate nel paese africano dagli schiavi liberati in America e reimpatriati. «Fra il 1816 al 1847 diverse organizzazioni nordamericane - spiega Beltramini, che cura la mostra con Giovanna Borasi favorirono l'emigrazione di neri americani liberi, o liberati a patto che lasciassero gli Stati Uniti, verso la Liberia. Diciassettemila coloni (afro)americani vi fondarono nuovi insediamenti». Essi cercarono di imporre la loro egemonia sulle comunità indigene riproducendo l'organizzazione sociale, le pratiche di sepoltura, la toponomastica apprese in America, e ricostruirono "a memoria", con materiali locali, timpani, frontoni e portici, le ville dei propri padroni, che soprattutto tra Georgia, Nord e Sud Carolina, a loro volta avevano riprodotto i modelli palladiani, come mostrano le foto di Belcher.