Per le nostre imprese creative numeri in chiaroscuro nel confronto europeo. In Italia la cultura è un affare per pochi. Il 58,9 degli italiani, con più di 18 anni, nel 2010 non ha visitato né un luogo di cultura, né una mostra. Si tratta di 28 milioni di cittadini che appartengono prevalentemente alle fasce più anziane della popolazione e a quelle più giovani. Questo il dato più rilevante messo in luce nel volume 'L'arte di produrre arte, imprese culturali a lavoro', (Marsilio) realizzato dal Centro Studi 'C. Imperatori' dell'Associazione Civita e curato da Pietro Antonio Valentino, economista della cultura e docente presso l'Università di Roma 'La Sapienza'. Il volume, presentato ieri a Roma illustra il quadro complesso ed articolato dell'Industria Culturale e Creativa (Icc). Secondo la 'fotografia' scattata da Civita nel 2010, nel nostro Paese, le imprese private che operano nell'lcc sono poco meno di 180mila e rappresentano il 4,5 delle imprese italiane. Un confronto con gli altri Paesi europei (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) mostra che, in termini numerici, l'Italia è inferiore solo alla Germania, dove le aziende sfiorano Ie 190mila unità. Il 67,3 delle imprese italiane operanti nell'ics si colloca nella classe delle industrie creative (categoria che comprende anche gli studi di architettura, che hanno un peso rilevante su questo risultato), mentre quelle impegnate nella realizzazione dei servizi per i Beni culturali costituiscono il fanalino di coda rappresentando solo l0 0,5 del totale. Nel settore privato l'Ics ha creato 355.825 posti di lavoro pari al 2,2 del totale nazionale, contro ii 2,9 in Germania, il 3,0 in Spagna e 113,2 in Francia e nel Regno Unito. in rapporto alla popolazione, l'Icc pesa di più nel Regno Unito (105,4 addetti ogni 10 mila abitanti) che è seguito, i. jrdine decrescente, da Spagna (88,1), Francia (85,9) e Germania (81,5). L'Italia è un fanalino di coda molto distanziato, con 60 addetti ogni 10mila abitanti. Il quadro che emerge per AIbino Ruberti, segretario generale di Civita "è in chiaroscuro. Di positivo c'è il valore insostituibile della cultura, le cui potenzialità però non sono sfruttate come dovrebbero. Manca ancora una vera collaborazione tra pubblico e privato: siamo fermi alle prime concessioni della legge Ronchey e non si riescono a sperimentare nuove forme di collaborazione". Per Ruberti, inoltre, "non si mette mano ad una politica tariffaria. Nei musei non esiste la stagionalità ma le tariffe sono uguali per tutto l'anno. Un'altra questione da non sottovalutare aggiunge Ruberti- è che i privati non sono messi nelle condizioni di sperimentare forme di gestione come l'accoglienza nei musei". A rispondere alle sollecitazioni di Ruberti è stata Antonia Pasqua Recchia, segretario generale del Mibac che spiega come "il rapporto con i privati, e in particolare quello con i gestori dei servizi aggiuntivi, è stato caratterizzato da un atteggiamento di mancanza di dialogo in senso costruttivo con il ministero per realizzare un processo di apertura al mercato. Per riportare la gente nei musei -aggiunge Recchia - bisogna rendere necessario l'uso dei prodotti culturali come succede per quelli che si trovano sul web". Ad esporre le questioni aperte ed irrisolte del teatro è stato Franco Scaglia, presidente del Teatro di Roma, che ha ribadito la necessità che il settore venga interessato da una "seria autoriforma. C'è bisogno di un cambiamento: bisogna ripartire da una riforma strutturale del sistema pubblico e privato del teatro. Ogni città, anche piccola, ha un teatro Stabile. Bisognerebbe, invece, concentrare i teatri Stabili nelle grandi città, specie del Nord, dove l'attività teatrale è più florida". Tra gli altri elementi mesi in luce dalla ricerca spicca che, nel 2010, il più alto numero di occupati si registra nel settore del design, del web, della pubblicità e delle pubbliche relazioni: 177343 unità pari al 49,9 del totale dell'Icc (di queste ben 81.544 fanno capo agli studi di architettura). Nei periodo 20072010 gli addetti in questo comparto sono cresciuti di 7.050 unità (ed il 39 circa dell'incremento è dovuto alla crescita degli architetti). Gli addetti che Iavorano nel campo di Editoria, Tv e cinema sono 120.854 e contribuiscono per il 34,0 alla creazione dell'occupazione nel settore. Nel dettaglio, nel periodo 2007-2010 i lavoratori del settore si sono ridotti di 8.126 unità. Gli occupati nelle arti visive, che si sono ridotti di 1.624 unità, sono 48.922 e pesano per il 13,8. Gli addetti nei Beni culturali ammontano a 8.112 persone, pari al il 2,3 dell'occupazione dell'industria, e sono invece cresciuti nell'intervallo 2007-2010 di 1.046 unità. Le aree metropolitane rappresentano i poli di forte concentrazione dell'Icc, con Milano e Roma che spiccano rispettivamente con il 17,5 e il 17,2 degli addetti totali. Seguono, nettamente distanziate, Torino 4,9, Napoli 2,9 e Firenze 2,6.
ROMA - Gli italiani snobbano mostre e musei e il settore dell'Icc va in sofferenza
Il volume "L'arte di produrre arte, imprese culturali a lavoro" del Centro Studi 'C. Imperatori' dell'Associazione Civita, curato da Pietro Antonio Valentino, presenta il quadro complesso dell'Industria Culturale e Creativa (Icc) in Italia. Secondo i dati del 2010, le imprese private che operano nell'Icc sono poco meno di 180mila e rappresentano il 4,5 delle imprese italiane. Il settore delle industrie creative è il più grande, con il 67,3 delle imprese, mentre quelle impegnate nella realizzazione dei servizi per i Beni culturali sono il fanalino di coda. L'Icc ha creato 355.825 posti di lavoro, pari al 2,2 del totale nazionale.
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