Che Italia ingrata, si dimentica Mazzini: iI bicentenario della nascita, nonostante mostre e convegni, appare sotto tono. Forse perché al nostro Paese non piacciono i profeti. «Rompiscatole» e «menagramo»: perché l'eroe del Risorgimento non è amato Gli italiani amano davvero Mazzini? È una domanda non tanto peregrina, forse, se si pensa atto scarso rilievo, finora, del bicentenario, quest'anno, della sua nascita. Intendiamoci: c'è il rituale comitato, sono in vista convegni e altre iniziative, c'è qualcosa e anche più di qualcosa, insomma. Poco, tuttavia, se si pensa al ruolo di Mazzini nella storia italiana ed europea e a quanto sì è visto per altre ricorrenze, e poco, poi, di annunci dì solenni celebrazioni ufficiali. Forse, però, è solo che gli italiani non hanno mai amato Mazzini come altri loro simboli nazionali. Non è poi un caso che il primo e maggiore promotore dell'unità morisse clandestino nella patria finalmente unita. Ma l'Italia si era unita con la monarchia. Mazzini pensava alla Repubblica e «la monarchia ci unisce, la Repubblica ci divide», si disse anche fra Ì suoi seguaci. In Italia, appena si esce dalle rishe. si diventa fautori di divisione: è ancora così. Ma il bello è che, anche per ciò, quei seguaci di Mazzini avevano ragione, poiché la soluzione monarchica fu allora un bene. Ne venne fuori un'Italia liberale e democratica che in breve tempo realizzò un enorme progresso e si inserì fra i Grandi del mondo di oggi, dopo un paio di secoli di «decadenza». Che poi anche quell'Italia unita avesse in sé formidabili problemi e riuscisse così poco a smaltirli che ancor oggi se ne porta dietro parecchi, insieme ai nuovi intanto accumulatisi, e che nel frattempo essa sia passata per varie esperienze e tentazioni negative, è pure vero. Anzi, molti italiani hanno finito col pensare che l'unità non era una buona idea o, almeno, avrebbe dovuto attuarsi (Mazzini stesso lo pensava) in tutt'altro modo. Ma questi sono pensieri dei giorni grigi o neri, che nulla tolgono al bilancio di ormai un .secolo e mezzo di unità e nulla dovrebbero togliere al sentimento nazionale verso Mazzini. Certo, l'uomo era scomodo: parlava di doveri prima che di diritti; esigeva unità di pensiero e di azione; concepiva la vita degli individui e dei popoli come una missione; era più amico dell'essere che dell'avere; riteneva il sacrificio un'evenienza normale del vivere; proponeva uh senso religioso della vita e della storia; richiedeva una fratellanza fra i singoli e i popoli più vissuta che pro-clamata. Poi aveva una serie di idee discutibili (come sulla sistemazione nazionale dei popoli slavi o sui rapporti fra Europa e resto del mondo); scriveva in una prosa calda ma gonfia, spesso, e poco moderna; inclinava allo sdegno morale più che all'analisi fredda dei fatti e a un certo misticismo. In fondo non ci voleva molto a passare, così, per uno scocciatore o, peggio, per un menagramo. Eppure, l'uomo ebbe rilievo ben al di là dell'Italia. Fu un grande del pensiero nazionale e democratico hi Europa, ma anche uomo d'azione: sollevò dal nulla una grande onda politica, diede buona prova al governo di Roma nel 1849, avviò nei suoi ultimi anni il movimento operaio e cooperativo in Italia e contribuì a quello internazionale. Pur senza la competenza economica di tanti socialisti o liberali, capì molto delle moderne lotte di classe. Intuì che col marxismo non si andava da nessuna parte, ma che neppure si sarebbe trovata pace con il liberalismo economico; e propose una socialità fondata sul principio democratico della solidarietà, governo sociale, come diceva, trovando, al riguardo, in-soddisfacente perfino il termine democrazia. Capì soprattutto il valore etico e politico della nazionalità. Capì, come poi notò Lord Namier, che la libertà sta assai meglio se è associata al principio nazionale, ma anche che le nazioni non possono vivere chiuse nel loro «particulare» e credette alla fratellanza dei popoli e auspicò l'unione dell'Europa. Non è un caso che in India e in Indonesia agli inizi del '900 le manifestazioni per l'indipendenza nazionale portassero nei cortei anche il suo ritratto. Né è un caso che la democrazia del '900 abbia trovato nella politica dei redditi e dello Stato sociale idee molto congeniali al suo spirito. Mazzini era, insomma, della famiglia dei Gandhi, dei profeti, senza i quali la storia sarebbe certo molto più povera. Verso i profeti c'è un più che naturale pregiudizio, ma neppure il pregiudizio è un buon giudizio, se non distingue i veri e buoni profeti dai falsi e cattivi. L'Italia, si dice, ha avuto molti profeti e pochi Cattaneo ed Einaudi, pochi buoni amministratori della cosa pubblica. Ma può darsi che non sia così. Che, cioè, l'Italia abbia purtroppo avuto non solo pochi di quegli amministratori e pochi Cattaneo ed Einaudi, ma abbia soprattutto avuto un solo Mazzini; che essa tenda,'invece, sempre a oscillare tra bravi demagoghi e bravissimi machiavelli; che l'alto profilo della politica mazziniana non sia fatto per incontrarvi la generale simpatia. E forse anche per questo un po' di fiato alle trombe per l'austero genovese non guasterebbe. Certo, le celebrazioni ufficiali sconfinano sempre, per vocazione e perché è difficile evitarlo, nella retorica pompieristica. Ma, diceva Manzoni, di retorica c'è anche quella buona.
Mazzini, chi era costui?
L'articolo discute il bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini, considerato il padre del Risorgimento italiano. Tuttavia, le celebrazioni per il suo compleanno sono state poco eclatanti in Italia, a differenza di quanto accaduto per altre ricorrenze storiche. L'autore suggerisce che gli italiani non amano Mazzini come altri simboli nazionali, forse perché il suo pensiero era troppo radicale e non si adattava alla realtà italiana dell'epoca. Mazzini era un profeta che proponeva idee innovative e riformiste, come la repubblica e la solidarietà, ma anche aveva idee discutibili e critiche.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo