L'impressione è quella di un belletto che vorrebbe coprire un viso sciupato, trascurato, ma che non riesce a farlo. LE VETRINE luccicanti, le grandi firme, i camerieri in livrea. Ma appena si guarda con più attenzione la Galleria Vittorio Emanuele, biglietto da visita e cuore di Milano, la patina di bello scompare. «Qui ci vorrebbe qualcuno che, come trovata pubblicitaria, si metta all'ingresso della Galleria a distribuire elmetti da cantiere, per evitare che ai turisti caschi in testa qualcosa». Lo dice scherzando ma poi non troppo Orlando Chiari, mitico patròn del Camparino in Galleria, mentre guarda le transenne a pochi passi dal suo locale, piazzate lunedì pomeriggio dopo l'ennesima caduta di calcinacci dalle volte del salotto di Milano. Il suo magazzino si trova esattamente II sotto e puntualmente, quando piove un po' troppo, si allaga: tante volte ha chiesto al Comune di intervenire, ma ogni lavoro fatto, finora, non ha risolto il problema. Chiari, però, con ostinato ottimismo aggiunge: «Ma siamo fortunati, perché la Galleria è stata inaugurata nel 1877, e allora i lavori si facevano bene, con cura». Quella cura che, attraversando i cortili che formano il reticolo dei palazzi con affaccio in Galleria, e soprattutto salendo piano per piano in quei palazzi, si è persa chissà quanti decenni fa. Tra muri scrostati e ammuffiti, gradini sbrecciati, fili scoperti, ingressi non controllati e un generale, spiacevole senso di desolazione e vuoto che poi, in molti casi, è anche reale. Basta arrivare in pausa pranzo, quando le poche portinerie ancora attive chiudono e i palazzi che si affacciano sul panorama di bidoni della spazzatura e cubetti di porfido divelti restano aperti. Si sale, senza che nessuno fermi il visitatore estraneo, al numero 2 e 4 di via Pellico, al numero 21 di piazza Duomo, al numero 3 e al numero 5 di via Foscolo, questo nonostante un cartello in bella vista reciti che «a seguito delle segnalazioni pervenute di accesso di soggetti estranei che si accampano nei cortili e rovistano nel!' immondizia, il personale ausiliario e i custodi sono autorizzati Facile spuntare dove aveva l'ufficio Craxi, sui dehors sottostanti e sull'Ottagono bagnato dalla pioggia che penetra dalle vetrate rotte alla fine del proprio turno a chiudere il portone di accesso». Salire indisturbati per piani e piani di questi palazzi è facile, come è facile spuntare sui tetti con vista Duomo, abbelliti dalle piante curate dai pochi inquilini superstiti (come l'a avvocato dello stabile di piazza Duomo 21, dove aveva gli uffici Craxi, o l'anziana vedova dell'ex portinaio di via Pellico 8) e invasi da gatti e, a giudicare dall'ombra che inseguono, anche da qualche topo. Non è, però, solo un problema di sicurezza: è soprattutto l'incuria che colpisce. Difficile trovare trombe delle scale con i muri puliti, ovvero: senza macchie di muffa, senza sfoglie di intonaco penzolanti, senza buchi incongrui fatti alla buona per far passare tubi e mai ricoperti. Difficile, anche, trovare pianerottoli puliti: al numero 2 di via Pellico, senza mai incontrare anima viva e con porte dietro le quali non si sentono rumori né presenze, il pavimento è coperto da uno strato uniforme di polvere grassa. Racconta uno dei commercianti storici della Galleria: «Forse è un bene che arrivino le grandi firme anche ai piani alti, così almeno qualcuno farà a proprie spese i lavori necessari da troppi anni è tutto abbandonato, e i piccoli interventi che si fanno non sono sufficienti». Loro, gli affittuari storici della Galleria, non accusano né l'amministrazione in carica, né la precedente. «È un degrado ereditato da decenni di disinteresse, ma ora, con gli aumenti degli affitti, il Comune dovrebbe riuscire a fare gli interventi necessari», chiosa Pier Antonio Galli, consigliere dell'associazione "Il salotto di Milano". Interventi necessari che non dovrebbero risparmiare nulla, dalle cantine ammalorate alle facciate dove tubature intasate creano chiazze di umidità, magari proprio in corrispondenza di preziosi mosaici liberty come quelli dell'ex Zucca. Certo, i dehors di caffè e ristoranti sono stati rifatti, così le pavimentazioni. Ma proprio lì, a due passi dal capannello di turisti che fa il giro scaramantico sugli attributi del toro, ogni volta che piove ci si bagna: in alto, nella cupola dell'Ottagono, alcune vetrate sono rotte da anni.