Perché da qualche giorno il Carlino si occupa con insistenza del Portico di San Luca? Si potrebbe obiettare: ci sono problemi più pressanti da risolvere, c'è lo smog, il tema della sicurezza, non aggiungiamo dell'altro, grazie. Andare a chiedere l'intervento dell'Unesco a protezione di uno dei simboli della città può apparire troppo ambizioso e insieme troppo provinciale: chissà se l'Umanità ha veramente voglia di inserire nel suo Patrimonio tre chilometri e mezzo di portici che salgono sul Colle della Guardia. La prima ragione è disarmante anche per il bolognese meno interessato a questi terni. L'ha richiamata l'architetto Cervellati quando ha scritto, su queste colonne, che «senza il Portico di San luca la città sarebbe mutilata. Sarebbe compromessa la sua identità. Nessuno osa pensare cosa succederebbe se questa presenza venisse a mancare». Quindi: per comprendere l'importanza di una cosa ormai talmente familiare allo sguardo da risultare invisibile occorre farla davvero sparire (con il pensiero). Immaginiamo lo scempio e forse ci riapproprieremo della sua bellezza. Che è un unicum, quindi unico al mondo: é per questo che il Portico di San Luca merita di essere condiviso al livello più alto e messo al pari senza paura del Cenacolo di Leonardo, del centro di Firenze, di Venezia. E anche dei Buddha di Bamiyan, che purtroppo l'egida deil'Unesco non ha salvato dalla furia talebana. Lasciare che un'ottantina di quegli archi subiscano l'onta dell'abbandono e che nelle secche dell'incuria annaspi da mesi il Comitato voluto per tutelare questo monumento, insomma tutto ciò rappresenta un «crimine». Non contro l'umanità certo, o non ancora. Ma contro Bologna sì. C'è una seconda ragione che traspare. In questa vicenda tutti sono saltati su a sposare la proposta. Chi perché, in fondo, non ci perde niente e fa bella figura con poco. Chi per ragioni di schieramento politico. Chi per riaffermare la sua bolognesità o il suo impegno passato. Chi pensando, in cuor suo, che l'Unesco sia una sorta di nobilissimo tour operator capace di calanutare verso i suoi paradisi ricchi sciami di turisti e sovvenzioni. Già: ma se il Carlino non tirava fuori la questione i nobilissimi proclami e gli allarmi non ci sarebbero stati. Tutto sarebbe rimasto puro esercizio di stile, facciata lustra e scatola vuota. Com'è stato in questi anni. Si fa un comitato e poi non ci si crede. SÌ fa domanda all'Unesco ma poi non si allega la necessaria documentazione. Si fantastica ma non ci si rimboccano le maniche quando le vicine Ferrara, Ravenna e Modena hanno già portato a casa, da anni, l'iscrizione al Club delle Meraviglie. Che guardate, per come l'intende l'Unesco, porta onori ma anche oneri: dopo non è più consentito lasciare i portici nel degrado. Cosa possiamo aspettarci a questo punto? Di certo azioni forti e coerenti da chi governa la città. E poi, diciamolo, che Bologna nel suo insieme acquisisca la capacità di fare lobby per gli interessi comuni: niente di sporco o di poco chiaro, beninteso, come l'accezione italiana del termine richiama. Questa scommessa può diventare il banco di prova di un modo nuovo e condiviso, non consociativo, di puntare al bene di Bologna.