Lungi dall'avventurarmi nel complesso mondo della criminologia urbana e dei suoi addentellati con la sociologia, l'antropologia e il forse più saggio sapere comune, ho provato a dare indicazioni sul ruolo che può o potrebbe avere la pianificazione e la programmazione urbanistica, alle sue diverse scale, nel miglioramento della sicurezza reale e percepita, soprattutto dello spazio pubblico. Mentre preparavo le lezioni mi sono reso conto, semmai ci fosse bisogno di conferma, di essere situato in un tessuto urbano dal quale questi temi sono stati genuinamente espunti, e soprattutto espunti perché non compresi o, peggio, non noti, perché le finestre su quello che combinano altre città europee e italiane restano, come al solito, severamente chiuse. Dall'analisi dei casi di politiche urbanistiche di città come Ferrara, Barcellona, Milano, infatti, non può non emergere, ancora una volta, come tali politiche e gli strumenti messi in campo dalla città di Napoli, nonostante la rivoluzione arancione delle piste ciclabili, delle pedonalizzazioni forzate, degli scogli modificati, restano senza immaginazione e senza proposte nuove almeno dal 2004, anno di approvazione del piano regolatore vigente. Le politiche urbanistiche cittadine, in sostanza, sono ancora evidentemente legate alla banale interpretazione burocratica delle norme edilizie, dove visioni e scenari di futuro inediti, che stanno facendo la fortuna di tante città europee, anche e soprattutto in tempi di crisi e di poche risorse, sono derubricate a fesseria, e sostituite dalla fissa improduttiva per i regolamenti, per le leggine regionali, per commi e precetti edilizi, nella sostanza legati ancora ai manuali di urbanistica impolverati degli anni Cinquanta. I risultati, tra gli altri, sono i tempi dilatati per ottenere banali autorizzazioni edilizie, di cui ha parlato venerdì scorso Mariano D'Antonio su queste pagine, non tanto per chi deve realizzare un nuovo tinello in casa propria, ma soprattutto per chi, con un po' di coraggio, prova ad avviare una nuova impresa. Mentre tutte le città italiane ed europee, in pratica, la loro rivoluzione la attuano con l'urbanistica, i progetti urbani, i concorsi di architettura veri, attraendo investitori e idee, da noi la buona urbanistica si identifica con il rispetto al centimetro degli indici di fabbricabilità, dello zoningdel piano, delle circolari ministeriali e, infine, dell'interpretazione del dirigente di turno, almeno fino a quando non viene fortunosamente mandato a casa. In questa continua farragine normativa, poco è cambiato rispetto alla gestione tristemente notarile dell'urbanistica dall'amministrazione Iervolino. E così i Pua, i piani attuativi (pur se molti di scadente qualità) vanno tutti al rallentatore, come se a nessuno interessasse l'investimento, la riqualificazione, nuova residenza, magari nuovo social housing. Gli investitori si allontanano perché i tempi sono vaghi, i cittadini tendono a non credere a una città diversa in un prossimo futuro, perché, appunto, oltre alle trasformazioni fisiche non gli si fornisce nemmeno un'idea, uno scenario, o almeno un render su cui discutere e immaginare. Se il disordine e il disagio urbano sono, come nei fatti sono, elementi criminogeni e i principali indicatori della percezione del rischio, allora la riqualificazione di ambiti degradati dovrebbe essere una priorità dovunque, perché necessaria non solo a rimettere in moto un'economia ferma e una città assuefatta alla stasi, ma soprattutto per restituire vivibilità ai tessuti urbani, rifornire la città di nuovi servizi, eliminare le sacche di degrado e di crisi che si annidano in tessuti urbani lasciati al decadimento e da anni privi di un progetto. E invece, proprio dove una "rivoluzione" in termini di tempi, efficienza e nuova immaginazione sarebbe necessaria, e possibile, il Comune di Napoli mette in campo la sua più ferma burocrazia e la completa assenza di intuizioni e proposte, che invece sembra avere, appunto, in altri ambiti, come il lancio di grandi eventi, le mega-pedonalizzazioni, le ciclovie, idee generiche che comunque contribuiscono a far apparire questa città in qualche modo governata. Come mai, tanto per fare alcuni esempi, il grande progetto urbano denominato Naplest è fermo a un unico capannone coraggiosamente trasformato da Ambrogio Prezioso? Perché si consente alla società Bagnolifutura, simbolo contemporaneo dell'inefficienza e dell'incompetenza, di continuare a vivacchiare mentre la trasformazione dell'intera area è incredibilmente ferma? Perché alcuni Pua ben fatti sono "in fase di approvazione" da quasi dieci anni? Perché l'unica grande arteria di accesso alla città, via Marina, è nelle condizioni, fisiche e sociali, di una carrozzabile di Mogadiscio, senza che questa cosa diventi una priorità? Che ne è degli enormi parchi e dei grandi volumi residenziali dell'area ex Q8? Le prossime lezioni al Master in Criminologia le terrà il procuratore Aldo de Chiara, con il tema "reati ambientali e urbanistici". Oltre alle azioni contro il paesaggio, il più grave reato urbanistico non è forse quello del non fare, e del non far fare?