Ha fondato il gruppo Memphis, dando forme e colori agli anni Ottanta; ha disegnato per la Olivetti elaboratori e macchine da scrivere divenuti icone del design; in veste di architetto-pittore-urbanista ha esposto e costruito negli Stati Uniti, in Cina, a Singapore, in Russia. Ora una mostra - Sottsass, progetti 1946-2005..., inaugurata ieri al Mart di Rovereto - traccia le tappe fondamentali del percorso artistico di Ettore Sottsass. Un percorso lungo ormai sessantanni ma non ancora concluso, nonostante gli 87 anni suonati: «Non so che succederà nel futuro, io cercherò solo di essere un bravo e gentile signore. Ho inserito una freccia nel titolo: indica appunto che non sono morto». Chi ha bevuto e discusso con Hemingway, chi ha conosciuto e fotografato Jack Kerouac e gli altri intellettuali della Beat Gene-ration, chi ha scoperto l'India prima che diventasse una terra di moda per ritrovare se stessi, certo non può entusiasmarsi per l'Italia berlusconiana. Che cosa pensa dell'Italia di oggi? «Non mi piace la gente inferocita, le persone che pensano solo a vincere, alla necessità di competere, di guadagnare e di avere, Sono-,gli effetti di questa cultura industriale: chiunque classifica e viene classificato come vincente o fallito, categorie che mi rifiuto di usare sia per gli altri che per me stesso». La politica ha delle responsabilità? «Eccome se le ha. Lascia mano libera ai produttori, alle grandi compagnie che riempiono l'etere di pubblicità. Io da ragazzo non sapevo nemmeno che cosa fosse una banca, ora siamo mondati di sollecitazioni su soldi, investimenti, fondi. Un meccanismo disumano e la politica è il soggetto incaricato di oliare gli ingranaggi». Anche gli ingranaggi dell'architettura e dell'arte? «Le grandi dimensioni sembrano essere il problema e l'ossessione degli artisti contemporanei. Un quadro non è un quadro se la tela non misura tre metri per tre, un edificio non è un edificio se ha meno di cinquanta piani. Oggi la dimensione è parte della qualità di un progetto». Grandi dimensioni per nascondere il vuoto di creatività? «La grande dimensione può essere un alibi. Ma io la vivo con fatica soprattutto perché la ritengo disumana, simbolo di potere e potenza, non della fragilità che caratterizza ogni persona. Da questo punto di vista rappresenta una sfida alla morte, come quella che intraprende un corridore quando spinge al massimo il motore della sua motocicletta». E lei come sfida la morte ? «Attraverso l'arte, la pazienza, la vicinanza di chi mi vuoi bene. Molte volte ho visto la morte da distanze ridotte, ma anche nei momenti più difficili sono stato accompagnato da amici preziosi». Qual è la qualità che più apprezza nelle persone? «La pietà, ma non nel senso cattolico del termine: la pietà come capacità di sopportare e come pazienza di aspettare che il tempo passi e le cose cambino». Lei ha vissuto i molti cambiamenti dall'arte del Novecento. Quali sono i maestri che l'hanno influenzata? «Sicuramente grandi padri dell'architettura come Walter Gropius e Marcel Breuer. Per la pittura scelgo Pablo Picasso, per la poesia Allen Ginsberg e per la letteratura Ernest Hemingway, che ho sempre considerato l'Omero dei tempi moderni». In che modo hanno contribuito alla sua crescita artistica? «Per qualche tempo sono stato ospite a casa di Hemingway, beveva molto e faceva bere anche me. Tutte le mattine preparava un drink e mentre io cercavo di rovesciarlo nei vasi delle piante senza che se ne accorgesse, lui mi raccontava una storia. Ogni giorno era la stessa storia ma raccontata in modo completamente diverso. Allo stesso modo anche Picasso dipingeva lo stesso quadro per decine di volte. Di entrambi mi è rimasta la consapevolezza che non esiste una sola verità, che la vita e la creazione artistica sono una prova continua ed un rischio permanente». Come si declina questa consapevolezza nell'architettura? «Nel sapere che non ci sono soluzioni che risolvono problemi, ma solo soluzioni che provano a risolverli. Da questo putito di vista Le Corbusier era un fascista, non per le sue idee politiche, ma per la certezza con cui era convinto di raggiungere risultati concreti. Io sono più sospettoso». Il design può risolvere i problemi? «Io ci ho provato per sessantanni e ci provo ancora. Per me l'oggetto di design può essere strumento di consapevolezza esistenziale: bere dell'acqua in un bicchiere di cristallo è diverso dall'usare un bicchiere di carta. Sarà perché il materiale è più fragile e pesante, sarà perché mantiene una temperatura diversa, ma nel primo caso la persona che si disseta sa che sta bevendo. L'oggetto è un compagno di vita». Come giudica il design contemporaneo? «Oggi è solo al servizio dell'industria, non esiste che Vindustrial design inventato cin-quant'anni fa quando sembrava che l'industria potesse migliorare la società e che il designer potesse partecipare alla produzione del benessere e del progresso. Ho qualche dubbio che questo sia successo, oggi mi considero un designer concettuale e disegno solo per gallerie d'arte». Ma lei viene definito un «designer di fama intemazionale»? «Io sono un architetto che ha fatto anche del design. Ho progettato moltissime case, ho costruito in Cina, Usa, Russia, Singapore, eppure non sono stato preso sul serio dalla casta degli architetti». Perché? «Perché ho usato il colore nell'architettura. La cosa li ha scandalizzati». La sua mostra è un bilancio di una carriera lunga sessantanni... «In un periodo di tempo tanto lungo può succedere di tutto: la giovinezza, l'innamoramento, il matrimonio, il divorzio, la guerra, la sofferenza, la maturità. Ho vissuto tutto questo, ho avuto emozioni molto intense e molto diverse. Mentre il mondo cambia io ne assorbo le evoluzioni, modifico il mio modo di vedere e sentire, i miei progetti diventano reazioni private al mondo esterno. La vita è una perenne commedia o tragedia, ogni giorno si deve ricominciare da capo con nuove speranze e nuove delusioni».
II ragionevole dubbio dell'architettura
Ettore Sottsass ha fondato il gruppo Memphis e ha disegnato per Olivetti. Ha esposto e costruito in diversi paesi. Una mostra al Mart di Rovereto traccia le tappe del suo percorso artistico. Sottsass non è entusiasta dell'Italia di oggi, critica la cultura industriale e la politica. Egli pensa che la grande dimensione sia un alibi per la mancanza di creatività. La sua arte è una sfida alla morte. Sottsass apprezza la pietà e la pazienza nelle persone. Ha vissuto i cambiamenti dell'arte del Novecento e ha incontrato grandi artisti come Hemingway e Picasso. La sua consapevolezza della non esistenza di una sola verità lo ha influenzato nell'architettura.
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