Confronto su risorse e ruolo delle istituzioni. Premio Venezia a Magris e Bazoli Inaugurato il Salone Europeo della Cultura Dibattiti, arte e design all'insegna dei giovani "Troppo pochi soldi», "meno degli anni scorsi», «insufficienti a tal punto da rendere impossibile una qualsiasi programmazione». In tempi di spending review nel settore culturale non si sente ripetere altro. Ma siamo davvero sicuri che i tagli alla cultura siano un pericolo e non la chiave che ha permesso a ciò che vale davvero di sopravvivere in modo autonomo? A Venezia al Salone Europeo della Cultura, inaugurato ieri e preso d'assalto per tutta la giornata da una folla di giovani, si sono posti questa domanda Paolo Baratta, presidente della Biennale, Cristiana Collu, direttore del Mart, Cesare de Michelis, presidente di Marsilio editori, Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni Il dibattito che ha aperto il Salone della Cultura ruota attorno al libro L'infarto della cultura, azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura, edito da Marsilio e scritto, tra gli altri, da Dieter Hasselbach, professore di sociologia all'università di Marburgo. Un testo che in Germania fece discutere per mesi, la provocazione è riassunta nel titolo. La possibilità-costrizione, di fronte alla scomparsa delle sovvenzioni «sicure» di trovare una via di fuga. La capacità di alcune istituzioni di farlo (e salvarsi), l'incapacità di altre. «La provocazione va calata nella realtà italiana - dice Cesare De Michelis - prendiamo un esempio estremo: quando hanno tagliato i soldi agli enti lirici, mica hanno chiuso. Il punto è che i bilanci in questo settore sono troppo spesso fatti con la carta carbone, infischiandosene delle valutazioni che invece, in questo periodo, diventano necessaria. L'interrogativo posto ieri è: chi stabilisce la lista di chi deve salvarsi e chi no? «Ho molti dubbi che il dibattito sorto in Germania sia applicabile qui con gli stessi parametri», ha detto Cristiana Collu direttrice del Mart. Se in Germania il rischio che corre la cultura è quello di un infarto, in Italia «siamo a rischio di rachitismo», ha denunciato il presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta, nel suo intervento al Salone. «Il Ministero dei Beni Culturali - ha ricordato - ha a disposizione, quando va bene, 180 milioni l'anno per l'intero patrimonio culturale, e, in realtà, 150-160 milioni, cioè tre euro per ogni italiano. Se si pensa che il canone Rai incide per 35 euro a testa, è evidente la contraddizione». Le possibili soluzioni? Baratta ha tagliato corto sui privati: «Invocare i privati significa salvare i beni più interessanti per la pubblicità. Il patrimonio da salvare non sono tanto i monumenti da lustrare, ma, i centri storici, che devono essere completamente oggetto di salvaguardia». Nell'ambito del Salone, in serata è stato consegnato il Premio per la comunicazione culturale, tra i vincitori Claudio Magris giornalista e scrittore, Renata Codello soprintendente per i beni architettonici di Venezia e Giovanni Bazoli presidente della Fondazione Cini, Nicole Bru, presidente del palazzetto Bru Zane. Fuori, ad appena un centinaio di metri, i tre piani di «Open design Italia», la punta di diamante del Salone: una mostra mercato con un'ottantina di designer esposti che rilancia la filiera nel design a km zero. Piccoli oggetti quotidiani progettati esposti e venduti a prezzi accessibili. Che stanno lì a raccontare, la possibilità di mescolare arte e profitto, arte e «utilità». La versione rinnovata del Salone europeo della cultura, finalmente ha tutto. Finita l'epoca degli show localistici, i visitatori che passeranno fino a domenica troveranno ad accoglierli un salone più piccolo, pieno di oggetti curiosi e incontri pubblici, facile da trovare e, finalmente con qualcosa di interessante da vedere (www.venezia2019.eu).