L'ESPOSIZIONE. La concessione della Venere Italica e di Venere e Marte costerà 15mila euro all'anno. Due statue dello scultore da ieri in affitto nella sede di Unindustria. Una arriva da Ca'Spineda TREVISO. La fabbrica e il lavoro, l'arte e la bellezza, sotto lo stesso tetto. Quello del quartier generale di Unindustria Treviso: il palazzo degli industriali trevigiani, alla cittadella Appiani, da ieri ospita due splendide sculture di Antonio Canova, la Venere Italica e il gruppo Venere e Marte. Concetti inconciliabili? Non quanto l'antitesi con le banche, visto che una delle due statue (quella che raffigura la sola dea dell'amore) finora era collocata nella sede della Fondazione Cassamarca. «Ma, per i loro ben noti problemi di liquidità, non volevano più pagare la concessione - rivela Giancarlo Galan, presidente della Fondazione Antonio Canova - e così ce la siamo ripresa». L'ente dedicato al maestro di Possagno non ci ha messo molto a concludere un nuovo «prestito»: i due gessi (gli esemplari in marmo, a cui peraltro lavorava la bottega, si trovano oggi a Palazzo Pitti e a Buckingham Palace) per due anni faranno bella mostra al piano terra dell'edificio, visibili anche ai passanti della piazza attraverso la grande vetrata e di notte saranno opportunamente illuminati. Venere e Marte fu commissionata dal re d'Inghilterra Giorgio IV di Hannover come allegoria della pace e della guerra, mentre l'artista si trovava nella capitale britannica per esaminare i marmi del Partenone, portati dalla Grecia. La Venere Italica fu richiesta per sostituire la scultura della Tribuna degli Uffizi, trasferita da Napoleone in Francia: è all'unanimità considerata uno dei capolavori del genio neoclassico, in un miracoloso stato di conservazione, tra le poche statue che hanno conservato la pelle determinata dall'«ultima mano» . L'operazione porterà nelle casse della Fondazione Canova 15mila euro all'anno. Galan lancia anche un altro appello: «I miei collaboratori sono preoccupati per le risorse. Ma io mi rifiuto di pensare che non ci siano 10, 20 imprenditori disposti a investire nel più visitato museo della Marca». Canova, del resto, celia l'ex ministro, era un imprenditore che girava con il catalogo dei suoi prodotto per tutta Europa: «Anche se non si sarebbe iscritto alla Confindustria di qualche provincia, come Padova o Venezia». Perché Unindustria investe nell'arte?, se lo chiede pure Alessandro Vardanega: «Perché queste opere rappresentano la cultura, la creatività e l'intraprendenza che sono alla base anche dei nostri prodotti manifatturieri», si auto-risponde. Annuisce Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali ospite alla cerimonia dello svelamento dei due capolavori: «Il patrimonio culturale può produrre ricchezza. Questa iniziativa è d'esempio per il resto d'Italia».