Mi sono imperdonabilmente perduto la presentazione del nuovo libro di Alberto Angela («Amore e sesso nell'antica Roma») che si è tenuta a Paestum. Probabilmente suggestionata da qualche accenno all'antica prostituzione sacra, il nuovo Direttore Generale per la Valorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività culturali, Annamaria Buzzi, pare abbia detto testualmente che il patrimonio storico e artistico della nazione «va messo a frutto», anche «ipotizzando senza pregiudizi un rapporto di scambio commerciale del bene culturale». Forse alla dottoressa (in Pedagogia) Buzzi nessuno ha spiegato che la valorizzazione che dovrebbe attuare non è quella di Gianni De Michelis (che nel 1985 profetizzò che «le risorse necessarie alla conservazione non ci saranno mai, finché non ne viene evidenziata la valorizzazione economica»), ma quella dell'articolo 6 del Codice dei Beni Culturali, ove si legge che «la valorizzazione consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio [] al fine di promuovere lo sviluppo della cultura». E non è ben chiaro come lo «scambio commerciale del bene culturale» con i privati possa andare d'accordo con una fruizione pubblica non rivolta allo sviluppo del fatturato privato, ma della cultura. Per non dire con l'articolo 9 della Costituzione, questa sconosciuta. Chiunque può leggere il curriculum della dottoressa Buzzi sul sito del Mibac: e a leggerlo ci si chiede se, dopo il passaggio in quel ruolo dell'ex ad di Mac Donald's Italia Mario Resca, non sarebbe stato il caso di nominare uno storico dell'arte o un archeologo: ma forse il ministro (lui stesso non competente) Ornaghi ha pensato che fosse pericoloso affidarsi a qualcuno che conosceva ciò che doveva valorizzare. E, dunque, che «lo scambio commerciale del bene culturale» abbia inizio.