PRATO La millenaria chiesa di San Giusto aspetta e spera. Come la Soprintendenza ai beni architettonici. Ma in tempo di crisi non è semplice e i lavori sono fermi. «E' pronto il secondo progetto per l'intervento d'urgenza» racconta Fabrizio Buricchi, assessore alla cultura che ha preso a cuore le sorti della piccola chiesa in mezzo al bosco in vetta al Montalbano, che da venti anni vive una lenta agonia. E qualche risultato l'assessore l'ha raggiunto. Un anno fa fu fatta chiarezza sulla proprietà: non dei conti Contini Bonacossi di Capezzana, come per un secolo tutti avevano pensato e a cui appartengono invece solo i terreni e la colonica attorno, ma dello Stato. Sembra una barzelletta, a raccontarla oggi. La scoperta ha reso possibile un intervento pubblico per salvare la chiesa. Ma in tempi di crisi i cordoni della borsa sono stretti e i soldi all'interno pochi. E così a distanza di un anno, dopo i ponteggi montati sulla facciata e all'interno, niente o quasi è cambiato. E' stato portato a termine solo il primo intervento di messa in sicurezza e per procedere la Soprintendenza aspetta di conoscere l'ammontare delle risorse a disposizione. I lavori sono tanti. Sette anni fa per risanare muri e chiesa si diceva che sarebbero serviti almeno 600 mila euro. Lo spiegava la famiglia Contini Bonacossi, in cerca di contributi. E oggi i danni sono ancora maggiori. C'è infatti da intervenire sul campanile, il cui tetto è crollato. C'è il transetto, dove anche lì la copertura è venuta giù. E poi la navata e la cripta. «Transetto e campanile sono i lavori più urgenti» dice Buricchi. «Almeno il primo intervento si consola è stato completato». Ma la chiesa di San Giusto, monumento nazionale e esempio di gotico romano del dodicesimo secolo, forse meriterebbe di più. A proposito: manca ancora la definizione del possesso. La Soprintendenza deve sottoscrivere una dichiarazione. «E' solo una formalità» tranquillizza Buricchi. Ma forse varrebbe la pena farla. In fondo giusto una firma mancata, ovvero la presa in carico della chiesa nel 1885 quando il vecchio proprietario la donò allo Stato, è stata alle origini di un equivoco durato centrotrenta anni. E meno male che l'uso capione in questo caso non valeva. Walter Fortini