Domenica a Ferrara Tomaso Montanari ha ricevuto, anche per i suoi articoli apparsi sul «Corriere Fiorentino», il Premio Nazionale Giorgio Bassani di Italia Nostra per «il lucido impegno sul necessario terreno della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale e per la capacita' di unire un'alta preparazione scientifica nella ricerca storico-artistica col giornalismo d'inchiesta. In sintonia con gli ideali di Italia Nostra, Montanari ha saputo aprire numerosi fronti di discussione e denuncia sui disastri che con troppa frequenza colpiscono il patrimonio nazionale, rifiutando ogni forma di indulgenza e compromesso». Pubblichiamo l'inizio del discorso pronunciato in quella occasione. Sono profondamente onorato per questo premio. Onorato per quello che rappresenta Italia Nostra, e per quello che rappresenta l'altissima poesia civile che informa i romanzi e gli scritti militanti di Giorgio Bassani. Sono permettetemi di confessarlo anche molto sorpreso. Questo premio si riferisce, infatti, al segmento più recente e più breve della mia vita intellettuale: quattro anni in cui sono diventato profondamente diverso dal quieto studioso che avrei pensato di essere per sempre. Tutto è cominiciato quando, una sera del dicembre 2008, ho visto apparire in televisione, al Tg1, il ministro dei Beni culturali e un alto funzionario di quel Ministero con un piccolo Cristo scolpito nel legno. Essi spiegavano che si trattava di un capolavoro di Michelangelo, che era stato appena acquistato dallo Stato, e che questa mirabile acquisizione compensava il taglio da un miliardo e oltre 300 milioni di euro che era appena stato inflitto al bilancio dei Beni culturali. Il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione erano condannati alla rovina: ma avevamo un capolavoro di Michelangelo. Per di più facilmente trasportabile in grandiose mostre all'estero. Era tutto falso, tutto sbagliato, tutto distruttivo. Ma non tanto per quei soldi gettati, e non certo per l'attribuzione sbagliata: semmai per il valore diseducativo, intellettualmente desertificante, di quella propaganda. Era come se, in un attimo, quello stesso Stato che mi paga ogni mese per insegnare nelle aule universitarie distruggesse i valori e i contenuti di quello stesso insegnamento: il senso critico, la ricerca storica della verità, l'educazione al patrimonio contestuale. Ed ecco, quella sera ho pensato che se io avessi taciuto, avrei perso il senso della mia stessa vita di studio e di ricerca. Lo Stato, la comunità dei cittadini mi aveva permesso di studiare storia dell'arte (e di farlo alla Normale di Pisa): in quel momento ebbi la percezione che se avessi scelto di chiudermi dentro la mia biblioteca, la mia tranquillità, la mia serena e appagatissima vita di studioso, avrei tradito quei cittadini, e la mia stessa coscienza. Così cominciai io che non l'avevo mai fatto a scrivere articoli sui giornali, e poi libri di denuncia. Una sola bussola ha guidato questi scritti, e la dico con le parole di un bellissimo intervento di Giorgio Bassani sui Sassi di Matera: «ho un obbligo solo, quello di fare il 'pazzo'. Cioè di dire tutta la verità, a tutti costi». «La parte che tocca a noi ripeteva Bassani, parlando come presidente di Italia Nostra è quella del 'pazzo', e siamo decisi a non assumerne altra». Quando parlo di «dire la verità», non alludo solo a denunce o inchieste. Certo, può anche capitare che uno pensi che nella vita studierà la scultura di Bernini, e poi gli succede che un suo articolo mandi in galera dodici persone, tra cui un consigliere del ministro per i Beni culturali, che saccheggiavano la biblioteca che dirigeva, a Napoli. Ma oltre alla sacrosanta denuncia del disastro del patrimonio e del paesaggio italiani, credo che uno storico dell'arte che parla ai cittadini, abbia un altro principalissimo dovere. Mi riferisco al dovere di provare a dire a cosa serve davvero il patrimonio storico e artistico della nazione. Questa è la cosa che mi sta più fortemente e più profondamente a cuore. Dopo la rivoluzione epocale dell'articolo 9 della Costituzione repubblicana il patrimonio ha cambiato funzione. E la sua nuova funzione non è più la legittimazione del potere dei sovrani degli antichi stati italiani, ma è la costruzione sostanziale della nuova sovranità, quella dei cittadini. Il patrimonio appartiene oggi al popolo italiano. Che lo mantiene con le proprie sudatissime tasse non perché sia 'bello' e non perché sia il nostro petrolio, cioè una fonte di ricchezza materiale. Il novanta per cento della nostra fatica quotidiana, ventitré ore delle nostre ventiquattro, nove decimi delle nostre città, la quasi totalità dei nostri desideri e del nostro immaginario sono asserviti al potere del mercato e del denaro. Se pieghiamo a questo stesso, unico fine anche il poco che resta libero e liberante ci comportiamo esattamente come il Re Mida del mito e delle favole: ansiosi di trasformare tutto in oro, non ci rendiamo conto che ci stiamo condannando a morire di fame. Il patrimonio, invece, è come la scuola: è un potentissimo strumento di educazione alla cittadinanza e di innalzamento spirituale. L'articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Il patrimonio storico e artistico della nazione è precisamente uno degli strumenti che permettono alla Repubblica di rimuovere quegli ostacoli, e di rendere effettiva la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. È per questo che restituire ai cittadini la conoscenza del patrimonio e del suo significato vuol dire permettere loro di esercitare appieno la sovranità popolare su cui è fondata la nostra convivenza civile.