27022005 Che tutto, in fondo, si possa ridurre a un problema di manutenzione Vincenzo Postiglione lo aveva intuito da tempo. Manutenzione nel senso di prendersi cura, di prestare attenzione, di non trascurare se stessi e i propri sentimenti come la realtà che si ha intorno. La conferma arriva quando al degrado progressivo e inarrestabile del paesaggio naturale e umano che lo circonda vede corrispondere l'esplosione inspiegabile di minacciose bolle, pustole e piaghe sul suo corpo e l'insorgere tumultuoso di mille perplessità e incertezze che aggrovigliano la sua coscienza. È perché si era adagiato nel matrimonio con Piera, che invece di essere l'inizio di un percorso ne stava decretando la fine, nell'impiego di agronomo al ministero delle Risorse strutturali sempre in missione nelle campagne tra Caserta, la sua città, e Roma, il posto dove era andato a vivere, nella magra soddisfazione di aver scritto e pubblicato comunque un romanzo, «Ai nostri anni futuri», promettendosene un altro. Non lo aveva scosso nemmeno l'immagine che gli aveva regalato il figlio Alfredo, il quale sbagliava i rigori distraendosi a guardare le giravolte delle foglie per aria: lui sì che aveva la consapevolezza che la bellezza deve essere colta al volo, perché poi - come nei versi di Sandro Penna - «se passa la bellezza che va in fretta non hai l'anima nera, per non averla stretta». Ora, a causa della scarsa manutenzione del tutto, si ritrova a fare i conti con le crepe e le lesioni, il rischio del crollo, e intanto l'angoscia della morte gli fa misurare il tempo statisticamente rimasto scandendolo in gesti e minestrine che lo separano dall'ultimo giorno. La storia di Vincenzo Postiglione, agronomo trentasettenne sposato a Piera, di mestiere postulatrice della vita dei santi di cui deve riconoscere la verità dei miracoli, è raccontata da Antonio Pascale nel suo nuovo libro (Passa la bellezza, Einaudi, pagg. 215, euro 13,80). Se, come lì si legge, «la disillusione è l'unico modo che abbiamo per misurare la distanza che passa tra i nostri sogni e la realtà», questo è un romanzo della generazione disillusa. Lo sguardo melodrammatico di Pascale - che di quella generazione è parte e che ha voluto prestare l'autobiografia al calco del suo personaggio letterario - indaga i cambiamenti che avvengono in chi, nel passaggio tra i 30 e i 40 anni, si accorge di aver lasciato senza concime il proprio terreno. Antonio Pascale è un estimatore dell'agronomia spontanea teorizzata dallo psicanalista indiano Masud Khan, ma ben sa che senza la protezione della comunità ogni tecnica «a maggese» è destinata al fallimento. Ci vuole manutenzione, non c'è che dire. Allora non rimane che inseguire il tempo perduto sospesi tra Marcel Proust e Nanni Moretti, sbirciare i tanga che spuntano dai pantaloni a vita bassa delle commesse in centro, nuove signorine gozzaniane oggetto del desiderio, o affidandosi alle braccia di Elena. Tentare di costruirsi un futuro di ricordi. Resta però un nodo amaro da sbrogliare, la scrittura malinconicamente felice di Pascale non si propone di scioglierlo ma di mostrarlo, non chiude e risolve bensì espone e lascia aperto. Alla buona letteratura spetta solo questo compito, mostrare l'autenticità dei sentimenti, squarciare il velo dela falsità e dell'imbroglio che tutto ammanta. La verità è una bugia non ancora scoperta, è la massima ricorrente. Svelare la truffa, come fa Piera per i suoi santi. Passa la bellezza nel titolo è debitore a Penna e nei temi e nelle ambientazioni ai due precedenti lavori di Pascale, La città distratta del 1999 e La manutenzione degli affetti del 2003 con cui compone una sorta di trilogia. Grazie a loro, infatti, si conoscono già quelle campagne che Vincenzo ispeziona, dove una baracca con le ruote diventa un villino condonato, i rumeni lavorano in nero, i commercialisti mettono a posto le carte e i sociologi scoprono che c'è lo sviluppo delle cooperative e i filofosi del pensiero meridiano ci ricamano sull'arcadia della solidarietà e del benessere. E sembra di averle attraversate chissà quante volte quelle strade sulle quali i cartelloni pubblicitari sono sempre più grandi e le insegne enormi, un luna park longitudinale che porta a case di mattone grezzo, nemmeno ultimate e già abitate, ma dentro ci sono i mobili pacchiani e costosi, i lampadari della Murrina, le telenovele per le donne. Sono il risultato di una «speciale logica del desiderio coatto», delle scelte d'ignavia di un popolo d'invidualisti per il quale «l'etimo comune non ha senso». Ma tanto scenario con rovine si riflette anche nell'ambito personale. La manutenzione degli affetti aveva indicato il territorio delle vibrazioni del quotidiano che mal nascondono la verità dura e amara. In Passa la bellezza Antonio Pascale narra di un amore investito dal terremoto dei dubbi, che sembra aver smarrito - al pari del contesto - il senso delle cose belle, dell'aspirazione alla felicità. Si può rimettere in sesto, ricostruire, far camminare di nuovo: però, se il prezzo è quello di non distrarsi quando le foglie svolazzano per non sbagliare il rigore, conviene fermarsi un attimo e valutare se davvero sia un bene.
La manutenzione della bellezza
Il libro "Passa la bellezza" di Antonio Pascale racconta la storia di Vincenzo Postiglione, un agronomo trentasettenne sposato a Piera, che si ritrova a fare i conti con le crepe e le lesioni della sua vita. La disillusione è il solo modo per misurare la distanza tra i sogni e la realtà. Vincenzo si accorge di aver lasciato senza concime il proprio terreno e cerca di costruire un futuro di ricordi, ma il nodo amaro da sbrogliare rimane aperto. Il libro esplora i temi della manutenzione, della disillusione e della ricerca della bellezza nella vita.
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