Gli "Stati Generali della Cultura" sono nati dall'evoluzione di una necessità sorta dalla creazione del Manifesto lanciato da Il Sole 24 ORE per una "costituente della Cultura" lo scorso 19 febbraio. Manifesto che lanciava il grido per un patrimonio artistico, storico e culturale che non ha voce in Italia e che si trova nella assoluta necessità di essere tutelato, messo in sicurezza e reso fruibile. In altre parole un patrimonio storico-culturale che sta lanciando il suo S.O.S. muto attraverso rovinosi crolli. E nei crolli non vi sono pericoli solo per le mura di Pompei e del Colosseo e di altri inestimabili monumenti del nostro passato, ma anche per parte delle nostre identità personali e collettive. Il momento centrale della giornata è stata un'animata tavola rotonda con voci indignate dalla platea che sottolineavano la mortificazione della gestione della "materia" cultura in Italia, evidenziandone l'attuale inadeguatezza che sta facendo perdere posti di lavoro e anche posizioni di riguardo a livello mondiale. È giunta finalmente l'ora di concretizzare la cultura e renderla produttiva. È finito il tempo delle parole e degli annunci. In questo senso, è molto importante lo sforzo de Il Sole 24 ORE, che per il tramite del suo direttore Roberto Napoletano, ha generato un "Indice 24" coniugando Cultura italiana e Sviluppo economico con il pregio della tempestività al fine di colmare la lacuna di informazioni frammentate che finora non hanno permesso di seguire il fenomeno dell'attrattività culturale. Giuliano Amato, in qualità di presidente dell'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani non può che aprire la rassegna facendo un riferimento concettuale legato alla parola "cultura" come insieme delle cognizioni intellettuali che solo recentemente si arricchiscono nel significato dei sedimenti del patrimonio culturale che si eredita dalla storia e che determina un forte nesso, un rapporto tra la capacità di acculturarsi e la sensibilità per accedere alla cultura. Una sensibilità così acuta che genera fra la "cultura dei pochi" e la "cultura dei più" un patrimonio ben più largo di quello esistente e materiale. L'Italia ha in sé una così estesa proprietà di beni culturali tale da essere riconosciuta in tutto il globo come Paese che da solo è in grado di creare, e lo ha fatto nel corso dei secoli, "le cose belle che piacciono al mondo", cose rese possibili dal carattere vitale della nostra cultura, che ne impregna i geni nel DNA storico del Paese che sono: la circolarità ad ampio raggio della nostra cultura e la scintilla della capacità creativa che ha preso forma nel crogiolo delle diverse culture esistenti e che si sono incontrate nello spazio e nel tempo, un incontro di stili diversi passato al setaccio di un originale ingegno che è quello italiano capace di creare innesti, ridisegnare e riplasmare modelli del tutto nuovi ed originali. In questa capacità creativa tutta italiana vi è il motore da accendere per ripartire. La cultura è quel motore che, nell'accendersi deve saper generare una terza rivoluzione industriale creando innovazione e capitale da reinvestire per una maggiore ricchezza: la ricerca, la formazione, la cultura resa fruibile e produttiva. Nello stato attuale delle cose, dopo anni e lunghi periodi di oblio nei riguardi di un patrimonio verso il quale siamo stati negligenti, ci troviamo ad essere "espatriati in patria" e resi davanti al globo come incapaci di tutelare le nostre ricchezze, messi alla mercé di chi per soldi e capacità finanziarie potrebbe impadronirsi dei nostri tesori, come è già accaduto nella storia al tempo degli usurpatori. E se è vero che "siamo Italiani per quello che siamo stati e non per quello che siamo " dovremmo prendere coscienza e divenire al contempo attori e registi di un nuovo Umanesimo della Cultura e di un Rinascimento fondato sui valori inestimabili dei beni storico-culturali e artistici che sono i nostri beni comuni. Nel nostro Paese dove troppo ci si lamenta, seppure a ragione, di mancanza di fondi e di denaro per la ricostruzione e la riattivazione del mondo del lavoro e dello sviluppo sostenibile, il problema non è solo legato ai budget economici, che sono sempre più esigui per la ricerca e la formazione ma è anche un problema di incapacità a creare progetti realizzabili, progetti capaci di assurgere dalle idee alle costruzioni fattibili. Progetti di rinascita culturale ed economica che possano essere connessi tra la creatività, le imprese e il terzo settore dell'economia che è proprio quell'humus naturale per ricreare un ambiente produttivo, magari basato sulle cooperazioni che supera mentalità statalistiche e che si apre agli enti territoriali, alle democrazie associative e al privato sociale. Quindi non solo un buon uso delle risorse, non solo una mera e necessaria spending review, ma la capacità di creare una tracciabilità del nostro brand made in Italy, una organizzazione sistematica delle risorse, uno snellimento della burocrazia che imprigiona la ricerca e gli investimenti nella ricerca e nella realizzazione dei progetti per la rinascita e lo sviluppo, rendere coniugabile la coesione e la ricerca. Il presidente Giorgio Napolitano autorevolmente e con una lucida cognizione dello stato delle cose sottolinea che non si tratta di una "emergenza dimenticata" quando si parla di cultura bisognerebbe affermare che si parla di una "scelta trascurata" in un vasto arco di tempo in Italia e che motivo di assillo delle nostre coscienze oggi è un solo interrogativo: " come fare ripartire lo sviluppo". Questa è la vera emergenza del nostro Paese, come dar forza vitale ai nostri talenti migliori e quale sia il grado di propensione all'esportazione di idee e capacità. Napolitano ricorda la valenza dei padri costituenti, capaci di quella sublime sintesi di dettato legislativo costituzionale che in poche parole, scritte in italiano, hanno saputo infondere gli aspetti essenziali dell'articolo 9 della Costituzione che in sole due righe ha trasfuso l'esigenza della nostra Cultura: tutela, patrimonio storico-artistico e paesaggio. Non deve basarsi solo sulla politica dei tagli economici la battaglia contro la crisi, non bisogna arrendersi agli automatismi degli interventi, ma occorre attuare una nuova scala di processi innovativi e interventi pubblici. Creare selezione nel contenimento della spesa pubblica, differenziare le scelte, ma dire più volte "SÌ" alla ricerca e alla tutela del patrimonio è una capacità che sta alla politica. Poi il presidente avverte che la peggiore mentalità burocratica accostandosi alle più pericolose scelte politiche può generare mostruosità e involuzioni irreversibili. L'Italia ha più che mai bisogno di comportamenti responsabili e sensibili a un radicale cambiamento nei costumi, ma anche di soggetti capaci di portare avanti quelle capacità progettuali, realizzatrici e gestionali che impartiranno il nuovo impulso di ripresa economica e culturale. Soggetti responsabili, cooperativi, ma anche competitivi che potranno agire anche in quegli istituti che operano la riunione dei progetti provenienti dalla realtà sociale, dalla nuova mobilità che spesso coincidono con le Regioni. Questi sono i bisogni primari dell'Italia per accendere di nuovo i motori dello sviluppo e elevarsi dalle mentalità conservative e difensive. La cultura è capace di creare lavoro, investimenti e produttività rendendo attuale il passato e ricreando, attraverso nuove forme di società civili, la capacità di agire nel presente per il futuro.