Il patrimonio artistico è un'opportunità di crescita contro la crisi economica ma viene sempre accantonato Chi sceglierebbe mai una mela avvizzita, opaca, puntellata dal becco di un uccellino? Un qualsiasi consumatore piuttosto prediligerebbe un pomo lucente, dal succulento colore vermiglio, gonfio di sapore. Probabilmente l'analisi del gusto sarebbe diversa, ma ormai l'acquirente ha morso il frutto sbagliato. La stessa scenetta, in termini complessi, si propone alla mente di un turista quando deve scegliere tra una meta europea e l'Italia. Il nostro Paese si vanta di possedere il 65 del patrimonio artistico mondiale, ma le statistiche minano questa tronfia sicurezza, che forse si adagia un po' troppo sugli allori, allori tra l'altro non attuali, trattasi di quelli che hanno cinto le fronti dei grandi del passato. Nel rapporto del 2009 su "Arte, turismo culturale e indotto economico", commissionato da Confcultura e dalla Commissione Turismo e Cultura di Federturismo a PriceWaterhouseCoopers, era infatti emerso che il settore culturale e creativo in Italia raggiunge solo il 2,6 del PIL nazionale (pari a circa 40 miliardi di Euro), rispetto al 3,8 del Regno Unito (circa 73 miliardi di Euro) e il 3,4 della Francia (circa 64 miliardi di Euro). Altri raffronti porterebbero solo allo scoraggiamento, ma basti pensare che nell'ultima top ten stilata da Art Newspaper nel 2011 non compare alcun museo italiano e a dominare incontrastati sono sempre il Louvre (8,9 milioni di visitatori), il Metropolitan di New York (6 milioni) e il British Museum (5,8 milioni). Si potrebbe obiettare che tali classifiche non tengono conto della metratura delle strutture museali, motivo per cui l'Italia verrebbe penalizzata, non prevedendo nell'offerta turistica siffatti colossi della cultura, fatta eccezione per gli Uffizi e, se vogliamo includerli, i Musei Vaticani. Il nostro celebre 65 infatti è spalmato su tutto lo stivale in innumerevoli centri dal più piccolo al più grande: quasi 4000 musei, raccolte d'arte e siti culturali, 64.000 archivi, 60.000 beni archeologici e architettonici, 6000 borghi storici, 1.800 aree archeologiche, 1.137 aree naturali protette e 44 siti UNESCO, in cifre questo è il panorama. Ma lo stereotipo "Italia museo a cielo aperto", per quanto affascinante, presenta uno svantaggio: lo sminuzzamento e la disgregazione del tesoro artistico. A differenza di Parigi, Londra, New York, attorno alle quali prevalentemente orbita la cultura, in Italia non spicca una città cui fanno perno le altre, ma ognuna con le proprie peculiarità è polo d'attrazione turistica. Le risorse quindi, anziché essere convogliate in un unico bacino, devono sparpagliarsi su tutto il territorio. Il problema non sussisterebbe, se l'Italia fosse dotata di una rete di infrastrutture capace di garantire la completa accessibilità alle aree di rilevanza artistica. Purtroppo non è il nostro caso, così, ad esempio, i capolavori vittime del trafugamento illecito degli anni passati, una volta rientrati in patria, sono destinati a restare ignoti, sperduti in qualche irraggiungibile paesino, da cui provenivano. Senza contare poi la miriade di musei poco pubblicizzati, improduttivi che, alla fine dell'anno, riescono a staccare 45 biglietti, come il museo delle terme di Chieti, il minimo per "tirare a campare". Regna poi un certo lassismo, e delle istituzioni e dei cittadini, come se fosse sufficiente "ereditare" un patrimonio per calamitare folle di turisti. E' accaduto nella storia, durante il Grand Tour, quando gli intellettuali europei si recavano in Italia per contemplare i relitti della classicità, le spoglie gloriose di Pompei ed Ercolano. Goethe poté ammirare a Roma busti di colonne romane in un'atmosfera arcadica, mollemente abbandonati su prati incolti, magari con qualche capretta brucante. In tutta franchezza, lo scenario che si schiude in via dei Fori Imperiali e a Torre argentina non è cambiato di molto. Nessun politico illuminato ha mai pensato ad un loro "restyling", cercando di coniugare antico e moderno, civiltà e tecnologia, rendendoli più attraenti e fruibili? La cultura da tempo è concepita all'estero come modo di vivere bene, occasione di incontro e scambio, arricchimento che si orienta in diverse direzioni: ecco che al momento artistico vero e proprio si affiancano il locale di design, il bookshop, la sala convegni e qualunque forma di intrattenimento risulti interessante. L'Italia ha recepito sì la tendenza contemporanea, ma stenta a metterla in pratica, mantenendosi su un piano talvolta grossolano o ancora "turistico", nell'accezione negativa del termine. Purtroppo influisce drasticamente anche la predisposizione alla cultura degli italiani stessi, disinteressati, per nulla solleticati dall'idea di passare una giornata al museo. Colpa dello Stato, che dovrebbe educare i cittadini ed allettarli con manifestazioni coinvolgenti e lavori "rivoluzionari" in tutti i sensi. I nostri beni artistici invece salgono alla ribalta della cronaca solo in caso di crollo o restauro impellente, allora fremono gli interventi, qualora si reperiscano fondi, altrimenti si rimedia con un'impalcatura di sostegno. Questo è quello che possiamo pretendere da un Paese che riserva alle sue risorse lo 0,23 del bilancio, contro l'1 della Francia e l'1,35 della Germania e che trascura palesemente il dettame dell'articolo 9 della Costituzione, unico in Europa a tutela della cultura. Anziché imperversare coi tagli e condannare alla marginalità enti come il Miur, bisognerebbe torcere il collo alla crisi, investendo maggiormente sul nostro patrimonio, un vero e proprio volano per lo sviluppo, ricco di potenzialità ed opportunità. Occorrerebbe poi incentivare il balsamico e necessario apporto dei privati, in una collaborazione che prevede l'interazione della gestione aziendale con la prospettiva garantista statale. L'endiadi economia-cultura è fattibile e futuribile, soprattutto in Italia, capitale dell'arte, dove si innescherebbe un flusso di benessere in ogni settore, crescita, occupazione, relazioni internazionali, catalizzando la creatività, di cui un tempo potevamo fregiarci e che adesso abbiamo lasciato a Stati più lungimiranti. Carmina non dant panem, dicevano i Romani. Ma sbagliavano.