I direttori delle campagne di scavo internazionali: una vera emergenza PAESTUM. L'allarme è forte, le turbolenze politiche hanno messo in ginocchio molte delle 160 missioni archeologiche italiane sulla sponda del Mediterraneo orientale. La "primavera araba" s'è trasformata in un autunno a rischio, dice Paolo Matthiae, archeologo di fama mondiale e scopritore di Ebla, che lancia un messaggio di solidarietà alla missione in Siria, di cui ci sono poche e frammentarie notizie. Così come accade in Iraq per cinquemila intellettuali scomparsi, in Libia e in Tunisia dove sono diversi i siti in pericolo, perché le grandi mafie internazionali organizzano razzie dei beni archeologici. E quando non sono loro, un malinteso senso religioso radicalizza il conflitto e lancia anatemi contro le piramidi e la Sfinge, qualche giorno fa ad opera di estremisti salafiti. L'incontro tra i direttori delle missioni in Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Israele, Palestina, Siria, Turchia, coordinato da Ettore Janulardo, direttore generale del ministero degli Affari Esteri, tenutosi ieri mattina alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, è quasi un summit di emergenza. Perché ormai il modello tradizionale non regge più, tempi e politiche sono profondamente mutati e i rapporti con l'Europa vanno ridefiniti in tempi brevi. Mounir Bouchenaki, consigliere speciale dell'Unesco, lancia la proposta di un grande convegno di specialisti di Diritto Islamico, prima che la follia integralista distrugga un immenso patrimonio di cultura, così come già avvenuto in Afghanistan per i Buddha di Bamryan.