Alla Borsa di Paestum l'allarme sulla «perdita di memoria» per i nostri tesori: chiuso il 44 dei siti Il record. Pompei vince per affluenza: due milioni e 300mila visitatori l'anno Bene anche la Grotta Azzurra Per le due soprintendenze solo il 4 del personale tecnico Il territorio protetto: 630 ettari PAESTUM. Se non fosse per quei due slow-turisti non per caso, Syusy Blady e Patrizio Roversi, che qui a Paestum hanno portato i loro viaggi scanzonati attraverso un'Italia sconosciuta, ci sarebbe da disperarsi sulle sorti del nostro Bel Paese. Soffriamo tutti di una inspiegabile forma di amnesia, dice Adele Campanelli, soprintendente peri Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta. Fenomeno recente che sta colpendo le nuove generazioni immemori del passato, e per questo senza un futuro. L'archeologia, signora del Grand Tour per un paio di secoli, è diventata la figlia di un dio minore. E l'Italia, che virtualmente è la regina del turismo archeologico mondiale con i suoi 43 siti riconosciuti dall'Unesco, rischia di diventare sempre più periferia dell'impero. Va bene, c'è la crisi. Ma siamo sicuri che si tratti solo di scarsità di risorse (anche mal distribuite) e non di orizzonti culturali sempre più modesti? Alla sua quindicesima edizione, la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico di Paestum si è aperta su questi interrogativi, che hanno coinvolto studiosi e addetti ai lavori, divulgatori scientifici e buyers stranieri, con decine di conferenze e una massiccia presenza estera, trenta paesi, con un focus speciale sull'Armenia, la mitica terra di Noè, dell'Arca sull'Ararat e di molto altro legato alle stesse origini della civiltà indoeuropea, come ha spiegato l'ambasciatore armeno in Italia Ruben Karapetian e il vice ministro della Cultura Arev Samuelyan. La novità della giornata di ieri, densa di incontri sul tema di una diversa narrazione dell'archeologia, è arrivata dalla direzione generale del MiBac. Un censimento, il primo in assoluto, sul patrimonio archeologico del nostro Sud. Una bella fetta di quella Italia «che gli italiani non conoscono» - secondo la definizione del ministro del Turismo Gnudi, qui rappresentato da Flavia Coccia, che coordina la struttura di rilancio dell'immagine Italia - è proprio la Campania. Scopriamo così, con qualche meraviglia, che il personale tecnico delle nostre due soprintendenze è appena il 4 del totale. Che il territorio protetto di quattro delle cinque province ammonta a 630 ettari. Che a Napoli ben il 44 dei siti è precluso al pubblico. Che Pompei resta l'area più visitata con 2 milioni 300mila visitatori l'anno, ma che anche la Grotta Azzurra se la cava bene con 243mila presenze. Che infine l'intera macchina Pompei costa 18 milioni di euro l'anno, 10 milioni solo il personale; ma non va neanche tanto male, visto che l'incasso della bigliettazione è di 19 milioni di euro. Vale a dire uno dei due casi, con il Colosseo, in cui il sito è in grado di autosostenersi. Il dossier del ministero dei Beni Culturali, presentato nel pomeriggio dal direttore generale per le antichità Luigi Malnati, cancella molti luoghi comuni. Ad esempio, non va poi così male a Pompei e a Paestum, assai più problematiche aree come quella di Succivo. E che la vicenda dei crolli sia stata «ingigantita dai media» lo sostiene anche Stefano De Caro, già direttore regionale per i Beni della Campania, oggi direttore generale del centro internazionale Iccrom: «È l'intero meccanismo del finanziamento che va ripensato come strategia ordinaria. Non possono esserci procedure altalenanti in un Paese leader nei siti riconosciuti dall'Unesco». Mounir Bouchenaki, che per 25 anni ha selezionato per l'Unesco i siti patrimonio dell'umanità, concorda e sottolinea il ruolo centrale del nostro Paese nella promozione della conoscenza archeologica. Però l'Italia deve imparare prima su se stessa a raccontarsi in modo diverso. Fateci caso, dice Coccia, le foto che mandiamo all'estero sono città vuote. L'Italia è un luogo da vivere, non solo da visitare. Solo il 20 del turismo interno sceglie l'archeologia. Nella nostra provincia ancora meno, ci ricorda Teresa Elena Cinquantaquattro, soprintendente di Napoli e Pompei, sebbene il nostro sia uno dei territori a più alta densità di parchi, musei, aree e monumenti.