GLI "STATI GENERALI" SI RISOLVONO IN MOLTE PAROLE, POCHI FATTI E MOLTISSIME CONTESTAZIONI DA PARTE DEI GIOVANI, IL CUI BERSAGLIO PRINCIPALE È IL MINISTRO DELL'ISTRUZIONE Stati Generali. L'espressione ha una sua antica solennità, anche se gli esiti storicamente furono contrari alle attese dei promotori. Roma 15 novembre, Teatro Eliseo. Sul palco e in platea, la crème della cultura e della politica italiana. In galleria, i cronisti e più in alto gli studenti. Parla il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo. Incautamente, nelle prime frasi, dichiara ciò che andrebbe fatto: "Dobbiamo cambiare..." Enunciazione di intenti, parole fatali. Dalla platea, in alto, si leva una voce senza microfono ma chiaramente udibile, che lascia basito l'aristocratico parterre di ministri, studiosi e professori: "Come ministro, come? Ieri ci sono stati adolescenti picchiati dalla polizia". Il riferimento è alle manifestazioni di piazza degli studenti, in Italia e in Europa. In una foto, presente nei siti online, c'è il volto insanguinato di un tredicenne, preso a manganellate dalla polizia. Un passo indietro. Il Sole 24ore, quotidiano della Confindustria, aveva stilato il 19 febbraio di quest'anno il "Manifesto della Cultura", sollecitando l'esecutivo a porre quella che per noi italiani potrebbe essere il tratto distintivo della nostra identità e che rimane invece un polveroso retaggio scolastico "al centro dell'azione di rilancio economico del Paese". Un meritorio vaste programme. Il 24 febbraio, con sollecita premura, il Governo rispondeva con una lettera densa di promesse: "Cultura: necessario tornare a investire". Firmatari, tre ministri: Lorenzo Ornaghi, Corrado Passera, Francesco Profumo. Quindi, il decreto di stabilità, prima versione, con cui si è compreso come si torna a investire, ad esempio facendo lavorare i docenti un terzo in più dell'orario settimanale senza retribuzione aggiuntiva, con il vantaggio di sfoltire l'organico di alcune decine di migliaia di professori, precari e non. I fatti, separati dalle parole. "QUESTO è grave", risponde Profumo alla contestazione. E' grave che i ragazzi vengano malmenati perché protestano. Ma sono altrettanto gravi le parole che si allontanano distrattamente dai fatti. Liberatasi una voce di dissenso, altre ne arrivano. Il Ministro prova a usare la carta segreta, leggendo una lettera di un ragazzo del "Virgilio", uno dei Licei più prestigiosi della capitale. L'autore è Guglielmo Marchesi e il suo scritto mette in evidenza come cultura derivi dal latino colere, coltivare, ricavandone lo spunto per dei riferimenti metaforici ai tagli trasversali e alla "chiusura dell'innaffiatoio". Profumo dispensa elogi, non sa come ringraziare quel giovane che lo trae d'impaccio, aiutandolo a trovare le parole migliori, meglio di un oscuro ghostwriter ministeriale. Ma per quanto pregevoli, queste continuano a essere lontanissime dai fatti. Il dissenso non risparmia neanche Fabrizio Barca, ministro della Coesione Territoriale, presente fra gli altri con Lorenzo Ornaghi (Beni e Attività Culturali). Lo stesso Giuliano Amato, nella prima parte della mattina, introducendo i lavori della giornata, aveva coniato l'espressione "background della creatività italiana". C'è chi meglio di altri sa come dialetticamente declinare il tema. Ma detto all'inglese: "Facts are stubborn things". I fatti sono cose ostinate. Argomenti testardi. Non è più tempo di eloquenza, quindi. Lo si comprende definitivamente quando Profumo giunge al punto focale del suo ragionamento. Dopo aver detto che un ramo del Parlamento ha già posto la priorità sul tema della famiglia, candidamente dichiara che ora si deve chiedere "un'attenzione all'altro bene più importante: la formazione". Una strana concezione del bicameralismo. Qui famiglia, lì cultura. E siccome ricerca e formazione non possono andare avanti con lo "stop and go", ecco la proposta: un piano quinquennale. Era dall'economia collettivistica staliniana che s'era persa la traccia di "piani quinquennali". Una ragazza in alto sbotta, con voce accorata, rabbiosa: "Ho 21 anni, sono un studentessa, e il mio presente?" Già la cancelliera tedesca Merkel aveva evocato quella cifra, 5, profetizzando il numero degli anni della crisi. Non porta bene, e infatti le voci contro si moltiplicano. PROFUMO non riesce a proseguire, s'aggrappa al secondo ramo del Parlamento: la giusta attenzione, se non c'è scuola non c'è educazione, ecc. Un'altra voce, potente come un graffio: "Li tolga alla scuola privata". I fondi. E lui: "L'innaffìatoio non può essere chiuso". E il giovane, ancora: "Per innaffiare i giardini di chi?" Le metafore possono far male. In ultimo, giunge il Presidente della Repubblica. Le proteste si placano. Un lungo applauso di saluto, quindi il discorso. Con tecnica argomentativa più abile di quella di Profumo, Napolitano dichiara che non sarà "elusivo". Primi applausi. Quindi parla della cultura come di "una scelta trascurata in un lungo arco di tempo". Non confinabile quindi all'attuale esecutivo. Indirettamente, un mea culpa. Ma poi l'affondo verso la sua stessa creatura, ormai traballante, con una puntuale critica alle modalità della spending review, che non ha saputo salvaguardare una quota adeguata di investimenti per la cultura. Se anche Napolitano critica il governo... MEA CULPA Dal presidente Napolitano arriva una critica alle modalità della spending review, "che non ha saputo salvaguardare una quota adeguata di investimenti per i beni e la formazione culturale"
Fischi al Profumo di cultura
Il Ministro dell'Istruzione Francesco Profumo tiene una conferenza stampa sui "Stati Generali" della cultura, che si sono tenuti a Roma. Durante la conferenza, un giovane studente si alza e critica le politiche del governo, che ha tagliato i fondi per la cultura. Il Ministro risponde con parole che vengono considerate insensate e distanti dai fatti. Altri ministri, come Fabrizio Barca e Giuliano Amato, si uniscono alla critica. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, conclude la conferenza con un discorso in cui critica il governo per aver trascurato la cultura e per aver tagliato i fondi per la formazione culturale.
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