Pessima riuscita degli Stati generali, organizzazione inadeguata e contestazioni al governo Monti. Solo Napolitano si salva, ma... Calca all'ingresso, disorganizzazione e contestazioni a non finire: se lo stato di salute della cultura italiana deve essere misurato partendo dagli Stati generali organizzati ieri a Roma, va detto che purtroppo il paziente è morto. Nonostante il blasone dei soggetti che hanno organizzato la rassegna alla sua prima edizione, la riuscita è stata pessima sia dal punto di vista organizzativo che contenutistico: il Sole 24 Ore, l'Accademia Nazionale dei Lincei, l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani - che avevano ottenuto persino l'Alto Patronato della Presidenza della Repubblica - hanno pesantemente sottostimato il potenziale successo dell'evento, scegliendo come sede destinata ad ospitare addetti ai lavori e pubblico - ricordiamo che l'ingresso era libero e aperto a tutti - il poco capiente Teatro Eliseo di via Nazionale, a Roma. L'aggravante è che gli organizzatori avevano richiesto agli interessati una insolita procedura di preiscrizione online, che certamente aveva dato modo di stimare una partecipazione evidentemente esagerata rispetto alle valutazioni iniziali e alle strutture messe a disposizione. Così nell'ampio viale di fronte alla Banca d'Italia, già intorno alle nove del mattino, si è creata una calca pazzesca, aggravata dalle inefficienze degli addetti ai lavori che non sono stati in grado di rispettare neppure la tempistica di accesso all'interno del teatro. Accesso teoricamente consentito fino alle 10.30, come prospettato in tutte le comunicazioni ufficiali, e che invece è stato interrotto con mezz'ora d'anticipo, visto che i posti a teatro erano già esauriti. Finimondo: decine di persone, poi dirottate nel limitrofo Piccolo Eliseo, hanno dato vita a una vibrante protesta particolarmente sentita da quanti, ed erano molti, avevano percorso centinaia di chilometri per arrivare puntuali all'apertura dei lavori. Ma non è tutto, perché il clima infuocato si è presto trasferito all'interno dell'edificio e durante la manifestazione: a più riprese gli esponenti politici che hanno preso la parola, tutti membri del governo tecnico guidato da Mario Monti, hanno subito decise contestazioni. Il primo a pagare dazio alle rimostranze del pubblico è stato il "padrone di casa", il titolare del dicastero della Cultura che si è sentito censurare: «Ministro Ornaghi lei parla come un economista perchè non parla di cultura? Noi siamo allarmati non ne possiamo più di sentire parole!». Così è cominciata la contestazione che è proseguita quando a prendere la parola è stata la presidente del Fai Ilaria Buitoni, e così via perché tutti i partecipanti alla tavola rotonda del mattino hanno ricevuto lo stesso trattamento. Al ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca e a quello dell'Istruzione Francesco Profumo sono stati rinfacciati gli scontri di piazza consumati a Roma venerdì, nell'ambito delle manifestazioni contro la crisi organizzate in tutta Europa: «Ieri sono stati picchiati adolescenti e nessun ministro ha detto niente!» ha esclamato una voce che si è persa tra il pubblico. Poi, mentre Profumo parlava della necessità di dare più certezze alla formazione e alla ricerca, un'altra voce ha rotto l'esposizione: «Voglio sapere del mio presente! Sono preoccupata ora! Signor ministro voi intanto date soldi alla scuola privata!». Dito puntato anche contro la scelta di allestire «una tavola rotonda chiusa e senza dibattito» ha protestato un ragazzo che evidentemente immaginava di poter estendere il botta e risposta alle centinaia di convenuti. Fuori luogo, decisamente fuori luogo, la replica di Barca: «Questa platea sembra il Sulcis» ha chiosato il ministro, cercando di strappare qualche risata, banalizzando una situazione di grande sofferenza che si è abbattuta su un numero considerevole di onesti lavoratori e relative, innocenti, famiglie. Non è bastato l'intervento di Giorgio Napolitano per metterci una pezza. Il presidente della Repubblica, l'unico a tornare a casa con applausi a scena aperta, è stato abile ad anticipare i temi della contestazione, aiutato dalla sua indiscussa autorevolezza. Ma anche nei suoi confronti, almeno dalla fetta più attenta degli addetti ai lavori, si percepisce una crescente diffidenza dovuta all'immancabile sovrapposizione tra la sua figura e l'operato del governo tecnico. Dunque le prese di distanza da chi governa palazzo Chigi, che hanno fatto spellare le mani a qualcuno, a qualcun altro hanno lasciato in bocca il sapore dell'incoerenza: «Non possiamo giocare» con il rischio fallimento «qualunque governo ci sia» ha dichiarato a un certo punto, aggiungendo che «bisogna cercare di far emergere una scala di interventi pubblici» e «che non ci si debba arrendere a rigidi formalismi» nei tagli «cosiddetti lineari» e «bisognerebbe far salva una logica di investimenti per una ripresa del Paese». Verbi al condizionale, ipotesi e progetti che in concomitanza con la fine di un settennato, e contestualmente della legislatura, non possono fare presa sulle orecchie di chi li ascolta. «Occorre una nuova qualificazione delle istituzioni pubbliche e territoriali, a partire dalle Regioni. L'esperienza dei fondi Ue è un fronte che ci deve far provare vergogna. Dobbiamo puntare a un uso nuovo e innovativo dei fondi europei». Basta promesse. «Come è possibile che un oscuro estensore di nonne abbia potuto pensare all'abolizione immediata di ben sedici istituti di ricerca? Un azzardo che è stato risolto ma che pone il problema di essere arrivati a un passo da una scelta sbagliata per la cultura». Basta scaricare le responsabilità. «Siamo sotto di 80 miliardi per gli interessi sul debito pubblico: non possiamo giocare con questo problema. Siamo di fronte alla necessità di insistere nella politica dei tagli, ma occorre porci la domanda se non sia il caso di pensare a una nuova scala di priorità nella scelta dei tagli, allontanandoci dalla logica dei tagli lineari che sono fuorvianti». Basta teoremi. La cultura in Italia, come ogni altro ramo d'azienda del Paese, è in condizioni pietose e non sarà questa classe dirigente a risollevarla. Questa classe dirigente, fatta di un mix tra sopravvissuti della Prima Repubblica e prodotti avariati della cosiddetta Seconda, ha fallito e va ricambiata. Uscendo dall'Eliseo Napolitano ha detto che in questo momento non intende parlare delle elezioni e del giorno in cui dovrebbero svolgersi. Alcuni partiti, alcuni di quelli che presto potrebbero sparire dalla mappa politica italiana, stanno invece inspiegabilmente insistendo per accelerare i tempi della consultazione. Compia un gesto nobile per liberare il Paese dai suoi aguzzini, il presidente della Repubblica, conceda presto quella data per anticipare di qualche mese le elezioni e offrire una chance di salvezza alla cultura italiana, oltre che all'Italia.