Spettacolo straordinariamente inedito ieri al teatro Eliseo di Roma. In scena il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parla di «sottovalutazione clamorosa delle istituzioni rappresentative della politica, del governo, dei governi locali e della società civile» nei confronti della cultura, della formazione, della ricerca, di «una scelta di fondo trascurata in un lungo arco di tempo», addirittura per decenni. Napolitano accusa l'intera classe politica al potere nel dopoguerra in un Paese dotato probabilmente del più vasto, ricco e articolato patrimonio culturale e paesaggistico del mondo di non aver voluto colpevolmente prestare la necessaria attenzione a ciò che assicura «identità e prestigio all'Italia nel mondo». Tralasciando ciò che è, ha sottolineato con decisione Napolitano, «un obbligo costituzionale» perché deriva dall'articolo 9 della Carta fondante della Repubblica. È la prima volta che un capo dello Stato italiano (è avvenuto ieri con gli «Stati generali della cultura» organizzati da «Il Sole 24 Ore-Domenica» con l'Accademia dei Lincei e l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana sotto l'Alto patronato del Quirinale) indica la cultura e la ricerca come grandi occasioni perdute del nostro stesso sviluppo economico di fronte a mezzo Consiglio dei ministri, inclusi i titolari degli Interni e della Giustizia oltre che dei Beni culturali, dell'Istruzione e della Coesione territoriale. Gli italiani, dice Napolitano, sono migliori della loro sordissima classe dirigente perché, nonostante la crisi, non rinunciano ai consumi culturali. Non è un caso che il presidente Napolitano, quando ha chiesto «nuove priorità» nella politica dei tagli si sia ritrovato in piena sintonia, per esempio, con il suo vecchio amico Andrea Carandini, grande archeologo ed ex presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali («Non si è formata ancora la coscienza che la cultura è un presupposto, non solo dello sviluppo umano, ma anche di quello politico ed economico»). Napolitano ha parlato chiaro. Da vero uomo di cultura. Ora tocca agli altri capire. A tutti gli altri. Governo incluso.