Gli interventi Guerzoni (Bocconi): più banda larga, meno burocrazia Galluzzi (Museo Galileo): una struttura per la produzione digitale Emanuele (Fondazione Roma): se il pubblico non è in grado, sia il privato a gestire Non è vero che non è questione di soldi, come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel suo memorabile intervento di ieri, ma forse - e gli operatori culturali lo sanno bene - i soldi sono solo una parte del problema. Una tendenza che è emersa con chiarezza negli interventi pomeridiani nella tavola rotonda moderata da Armando Massarenti, dove non sono mancate le proposte. Varie, di vario tipo, ma concrete e mirate. A partire da quella di Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma. «Il nostro compito, come prevede la legge, è investire nel settore culturale. E lo facciamo, rappresentando un'eccezione rispetto ad altre Fondazioni che preferiscono fare i banchieri o avere partecipazioni nella Cassa depositi e prestiti. Da privati no profit non abbiamo mai avuto vita facile nel fare impresa con il pubblico. Perciò la nostra proposta, molto semplice: rendere operativo il principio dell'articolo 118 della Costituzione sulla sussidiarietà orizzontale in base al quale, laddove il pubblico non è in grado, può subentrare il privato nella gestione della cosa pubblica. Non si chiede di privatizzare la proprietà, ma di affidare la gestione ai privati con una governance ordinaria, che abbia semplicemente criteri previsti dal codice civile». Di soldi ha parlato, con molta concretezza, Roberto Grossi, presidente di Federculture, curatore del «Rapporto Cultura e sviluppo», una mappa precisa di come il Paese stia dilapidando questa ricchezza. «Ci sono troppi pochi finanziamenti; ripristiniamoli, con un criterio selettivo, perché lo scenario non è solamente che nella legge di stabilità si prevede -103 milioni al Mibac, ma anche che abbiamo 2 miliardi in meno nel 2013-2014 per le Regioni, 2,5 miliardi per gli Enti locali». Produttività, occupazione e gestione, con la logica della concorrenza devono essere i fari cui guardare, secondo Grossi, con assoluta autonomia delle istituzioni culturali dalla politica. Un tema questo toccato da molti interventi. «Ripensare il Fondo Unico per lo Spettacolo», per esempio, è stata una delle idee lanciate da Massimo Monaci, direttore del Teatro Eliseo e padrone di casa. «Un Fondo che segue criteri di trenta anni fa, che non rispecchiano più il panorama di imprese e teatri che agiscono sul territorio». «La politica deve uscire dai gangli decisionali, non deve più essere il direttore artistico del Paese», ha ribadito, chiedendo anche di salvaguardare la specificità delle imprese culturali. Concorda Guido Guerzoni, economista della cultura alla Bocconi. «Non sono assolutamente favorevole agli "incubatori pubblici": le imprese creative non hanno bisogno della creatività di Stato». Piuttosto c'è da snellire la burocrazia. «Solo fare un affitto per coworker nella mia società, strumentale di una fondazione bancaria, costa tra commercialista e avvocato più del canone che riesco a percepire in un anno. Basterebbe che una parte minima del patrimonio demaniale o dei patrimoni comunali venisse semplicemente affittata con contratti più semplici. Secondo punto: le imprese vivono di banda. L'Italia è 19a per distribuzione, 28a per lentezza e ha una delle politiche tariffarie più care d'Europa. In più ci vogliono bandi ad hoc rivolti esplicitamente ad imprese creative locali di under 35, basterebbe estenderlo perché nella fase di start-up». Tema al centro dell'intervento di Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo di Firenze. «Siamo lontani dalla strada corretta per favorire la transizione del sistema cultura del nostro Paese nell'universo digitale. Questa è un'emergenza straordinaria. L'innovazione del prodotto digitale in termini di contenuto culturale è in pari misura innovazione tecnologica e capacità di elaborare i contenuti in maniera appropriata a questi linguaggi». E perché - ha detto Galluzzi - «non creare dentro l'Agenzia di cui si parla, una struttura gestita da privati, ma dotata di regole discusse collegialmente, per prendere in consegna tutto il patrimonio che abbia una rappresentazione digitale e distribuirlo sul piano globale?». Idee per la gestione dei musei sono venute da Gabriella Belli, direttore dei Musei civici di Venezia e per gli enti lirici da Antonio Cognata, sovrintendente del Massimo di Palermo. Tema comune quello della governance, escludendo le nomine politiche e favorendo direzioni legate al merito. Accordo anche sulla «certezza di lavorare con continuità, con metodo, programmare», e quindi - ha detto la Belli - costruire dei progetti, con «la certezza dell'investimento, blindando programmi pluriennali. Nessun museo al mondo al di fuori dell'Italia è in grado di lavorare con una programmazione annuale: non siamo credibili né competitivi». E infine Alberto Melloni della Fondazione perle Scienze Religiose Giovanni XXIII. «Ci sono margini di detraibilità fiscale che non vengono utilizzati perché il nostro è un Paese frammentato anche nel sistema industriale e sono troppo piccoli i soggetti che potrebbero donare in cultura per poterlo fare. Ci vorrebbe una Fondazione di cui le imprese si fidino - costituitela voi, che siete il loro giornale -, che raccolga queste piccole quote e le capitalizzi. Se l'Italia vuole parlare del suo patrimonio culturale non solo con una retorica antiquata, deve fare nascere una sorta di Arcus europeo, cioè un sistema che sia in grado di trasferire una quota, anche piccolissima, dell'investimento infrastrutturale, che è in corso, a questo settore. Infine una proposta anche da parte mia sulla valutazione. Occorre un sistema di rating and ranking della cultura. E io spero che nei progetti di social innovation del Ministro della ricerca il tema del rating and ranking del cultural heritage sia considerato come merita».
Stati generali cultura. Dagli operatori idee per la svolta
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sottolineato che il problema della cultura non è solo questione di soldi, ma anche di burocrazia e governance. L'art. 118 della Costituzione sulla sussidiarietà orizzontale prevede che laddove il pubblico non sia in grado di gestire una cosa pubblica, il privato possa subentrare. La Fondazione Roma ha proposto di rendere operativo questo principio per la gestione delle istituzioni culturali. Roberto Grossi, presidente di Federculture, ha chiesto di ripristinare i finanziamenti per le istituzioni culturali e di ridurre la burocrazia.
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