Sono trascorsi solo pochi giorni dalla conclusione della mostra di Angelo Liberati al "Museo d'arte moderna e contemporanea A. Ortiz Echague" di Atzara, e già la cooperativa Progetto Cultura che si occupa della sua gestione sta progettando altre iniziative. A cominciare dagli studi riguardanti la riscoperta del pittore argentino Cesareo Bernaldo de Quiròs, autore del "Ritratto di Antonio Ballero", uno dei dipinti della collezione permanente del museo che comprende opere di alcuni dei maggiori artisti sardi del primo Novecento oltre a quelle dei pittori spagnoli che ad Atzara hanno a lungo soggiornato (Ortiz Echague in primis) e dai quali il paese ha ricevuto un imprinting artistico tutto particolare. Relativamente giovane come età (è stato inaugurato nel 2000) questo piccolo museo locale sembra avere tutte le carte in regola per essere inserito come tappa di sicuro interesse nella mappa delle strutture espositive decentrate. Fra le iniziative recenti degne di considerazione non c'è solo la citata personale di Liberati: una mostra che, va precisato, è subito diventata un punto di riferimento e verrà ricordata tra l'altro per l'esemplare correttezza dell'allestimento con cui è stato risolto il problema della non felice articolazione dello spazio espositivo (mostra che resta ampiamente documentata sia da un elegante catalogo che da un video e da una pagina di Tiscali). Va menzionata infatti anche la pubblicazione di un sontuoso calendario illustrato da foto degli abitanti abbigliati con costumi coloratissimi: un'accattivante interpretazione dell'originale tradizione pittorica spagnola locale, sul modello dei tableaux vivants. Tutto dunque andrebbe a gonfie vele, se non ci fosse un problema. Quale? La risposta è complessa anche se il punto dolente è sostanzialmente uno: la scarsa affluenza di pubblico, anche in periodi decisamente favorevoli come quello delle festività natalizie o quello estivo, quando si dovrebbe poter contare su un incremento di visite da parte di turisti o di sardi emigrati in rientro temporaneo. Quello della scarsità di visitatori è un problema comune a tante altre realtà locali, strutture museali anche di notevole interesse di cui l'isola è particolarmente ricca. Per citare un solo esempio, restando in quella zona, il "Museo unico regionale dell'arte tessile sarda" di Samugheo, gestito dalla cooperativa La Memoria Storica. Un museo aperto solo dal 2002, alla cui ricca collezione permanente (corredata di alcuni video illustrativi delle relative tecniche e materiali, e di numerosi piccoli telai per la pratica didattica) fa da pendant una cadenza semestrale di mostre temporanee: in particolare ne va ricordata una - l'ultima in ordine di tempo - dedicata al Tapinu 'e mortu, di notevole interesse storico-antropologico. Due strutture accomunate dalla contiguità sul territorio, con due tipi di attività, proposte e finalità assolutamente diverse, ma con la stessa esigua affluenza di visitatori. A conferma del fatto che non è (o non è solamente) a causa del tipo di attività proposta che il pubblico è scarsamente attirato da quelle strutture, e che quindi - se il problema è lo stesso sia nel caso della pittura che in quello della tessitura e dell'arte applicata - la sola motivazione dell'insufficiente interesse per l'arte visiva non regge. Una motivazione - non va sottaciuto -comunque non infondata, di cui si è già trattato ampiamente su queste colonne, per esempio a proposito del "Museo civico d'arte contemporanea" di Calasetta (che resta un esempio qualitativamente alto e a tutt'oggi insuperato e che, pur situato in un contesto urbano molto diverso, si trova lo stesso in una situazione territoriale sfavorevole). Il fatto è che l'isolamento dei piccoli centri in cui questi musei si trovano costituisce un ostacolo fisico a quanto pare non facilmente superabile, una vera e propria barriera che risulta tanto più reale quanto più elevata è invece la mobilità virtuale. È dunque impensabile un incremento di visitatori sia nell'immediato che in prospettiva, meno che mai quindi una qualche forma di autofinanziamento. L'unica soluzione è mantenerli in vita e per quanto possibile in attività con il sostegno pubblico, nella realistica consapevolezza che non rappresentano solo un fatto culturale in senso stretto, ma un vero e proprio patrimonio di risorse umane, di energie e di competenze che va salvaguardato, pena l'inaridimento e l'arretramento del tessuto culturale complessivo della regione. In tempi di vacche magre e di sostanziosi tagli alle spese questi argomenti possono suonare poco realistici, e di sicuro sono in controtendenza, ma anche quando si ragiona in una prospettiva prevalentemente economicistica non bisogna dimenticare che certe priorità vanno rispettate, a tutela della complessiva qualità della vita per tutti: per i pochi che frequentano i musei e per i molti che non ci vanno oggi né ci andranno mai.