Tra i primi cinque Paesi europei, il nostro ha il più basso grado di attrattività culturale pur avendo il più importante patrimonio Si parla molto di catene di offerta, di prodotti pensati in un luogo e realizzati, fase a fase, filo a filo, bullone a bullone, in tante parti del mondo. Ma c'è un'altra catena che ci interessa, ed è quella che lega il pensiero alla concezione, la concezione al progetto, il progetto al processo, il processo al prodotto... L'Italia si vanta - giustamente - di essere un grande Paese manifatturiero, ma cosa c'è all'origine di quest'altra catena, la "catena del valore"? C'è - forse la cosa potrà sorprendere - la cultura. La cultura in senso lato, un senso che comprende il sistema educativo e la ricerca. Ma comprende anche - ed è qui il tratto italiano di questa "cultura" da cui zampillano produzione e benessere - l'immenso patrimonio artistico del nostro Paese. Un patrimonio che è molto di più di una collezione di musei e parchi archeologici. Perché è dalla linfa di quel passato, dal "saper fare" accumulato nei secoli e tramandato di generazione in generazione, dall'amore per il lavoro ben fatto, da quella mescita di innovazione ed emulazione che segna le inimitabili fattezze dei distretti industriali («è come se i segreti del mestiere volteggiassero nell'aria», diceva Alfred Marshall) che derivano i successi della nostra manifattura. Ma oggi - e non da oggi - il Paese arranca. In che misura la povertà della crescita italiana dipende dalla scarsa attenzione a quella culturale e primigenia sorgente, a quel segmento dell'economia troppo spesso considerato come il parente povero dei settori economici? E che cosa si può fare per liberare quella sorgente dai detriti che la ostruiscono e riaprire quei canali che scorrono dalla cultura al prodotto, passando per l'immagine e il "racconto" dei nostri volti produttivi? Abbiamo voluto rispondere a questa domanda costruendo un indice di "interesse per la cultura" e correlandolo all'andamento dell'economia. La correlazione c'è, e la correlazione ha un'implicazione sorprendente. Un euro in più speso per la cultura scende lungo gli anelli della catena del valore, cancella la connotazione di sussidio e si rivela un investimento. Non è il seme gettato fra i rovi né quello gettato fra i sassi o sulla strada. È il seme gettato "sulla terra buona", capace di dare "frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta". Tanto più che le spese per la cultura, essendo rivolte a persone a attrezzature stabilmente insediate nella penisola, presentano una minor "fuga" di importazioni ed esercitano quindi anche un maggior effetto moltiplicativo. Oltre all'effetto diretto sulla domandavi è anche il cruciale impatto - indiretto ma reale - sulla immagine dell'Italia nel mondo, un'immagine che impatta su tanti volti del nostro Paese, dallo spread al Made in Italy. Purtroppo, non è possibile quantificare con scientifica precisione il frutto di "quell'euro in più" speso per la cultura. I dati non lo permettono. Ma, in questo processo indiziario, gli indizi sono convergenti e pesanti. È sotto gli occhi di tutti l'incuria per il nostro patrimonio artistico (basti citare Pompei), l'incapacità di usare dei nostri capolavori per farne "racconti" capaci di proiettare un'immagine diversa: non l'immagine di oggi, l'immagine (come scrive in queste pagine Pier Luigi Sacco) di un «Paese mediocre che vive di un grande passato» ma quella di un Paese che attinge al passato per proiettare, qui e oggi, la coda brillante di una cometa che solca da secoli i cieli del globo. Questo "indice di attrattività culturale" rivela che la disattenzione all'importanza di questa sorgente non è un male solo italiano. Ma è tuttavia significativo che l'Italia, che pure, fra i cinque maggiori Paesi europei, ha di gran lunga il più importante patrimonio artistico, presenta, nell'ultimo dato disponibile (settembre 2012), il livello più basso dell'indice. Fervono, nel nostro Paese, le tristi polemiche sul "declinismo". Polemiche che lasciano il tempo che trovano se non sono assortite di rimedi, se alle diagnosi e alle prognosi non seguono le cure. La diagnosi l'abbiamo appena esposta. L'Italia ha distolto lo sguardo dalle sue sorgenti, ha lasciato deperire le sue vere ricchezze, ha dimenticato di curare e innaffiare quella terra dove giacciono le sue radici. Ed è la diagnosi che detta la cura. È solo mettendo al centro dell'attenzione la questione cruciale della cultura, intesa nel senso lato descritto da Pier Luigi Sacco, che potremo ritrovare, attraverso una proficua collaborazione fra il pubblico e il privato, attraverso la moltiplicazione delle iniziative intese a una manutenzione ordinaria e straordinaria dello sterminato patrimonio culturale, l'orgoglio del nostro passato, la fiducia nel nostro presente e lo slancio verso il nostro futuro.