L'Italia dovrebbe mobilitare risorse locali, nazionali e internazionali per promuovere la produzione di cultura e creatività. Cerco di spiegarmi. Qualche generazione fa una cultura non molto democratica era un bene per pochi: eruditi, aristocratici e ricchi imprenditori. Poi vennero il cinema, la musica popolare, i dischi e i libri tascabili. Quando Fred Buscaglione canta la storia di «Porfirio Rubirosa,... manovale alla Viscosa...» fa un'operazione di grande valore simbolico, produce nuove immagini e porta la cultura musicale e la voglia di nuove identità in tutte le famiglie italiane. Oggi il mondo culturale è cambiato radicalmente. Molti anni fa in Italia avevamo tanti artisti e poche istituzioni. Fermenti, produzione, manifesti e rivoluzioni artistiche erano all'ordine del giorno. Oggi possiamo constatare che abbiamo molte istituzioni (fondazioni, assessorati, musei) e pochi artisti. Cosa nasconde questo paradosso? Se il mercato dell'arte e della culturaè stabile per quanto riguarda il consumo, almeno nell'orizzonte di una generazione, è purtroppo fortemente instabile per quanto riguarda l'offerta e la sua capacità produttiva. Si pone cioè in tutta la sua drammaticità il difficile compito collettivo di garantire almeno lo stesso tasso di creatività al passaggio tra una generazione di artisti e la successiva. Nei mondi dell'arte e della cultura si confrontano due politiche di segno opposto: quella della conservazione e quella della produzione di nuove opere. Se conservazione vuol dire tutela di un patrimonio storico, la sua rappresentazione più immediata è la museificazione dell'arte. Mentre la conservazione è una politica backward looking che si interroga su un passato da preservare, la produzione è una politica forward looking interessata al futuro e allo sviluppo di nuove opere d'arte. La produzione è una politica che si articola secondo una filiera produttiva i cui anelli principali sono la selezione degli artisti, la concezione delle opere d'arte, la realizzazione delle stesse, la loro distribuzione e infine le modalità del loro consumo. In Italia negli ultimi decenni si è assistito a un passaggio epocale che ha visto crescere in importanza le politiche di conservazione e trascurare quelle di produzione culturale. Sembra di vivere in un paradosso o in un ciclo perverso che oppone capacità produttiva a capacità istituzionale di conservazione. Si pone quindi il problema di una diversa politica culturale per le città e il loro sviluppo economico. Mi sembra che i suoi punti essenziali siano i seguenti: i) Anche se credo a quanto diceva Jacques Duhamel, ministro della Cultura francese negli anni Settanta: «D'abord continuer et après recommencer»,di fronte alle nuove condizioni socio economiche mi sembra necessario azzerare il passato, rimettere tutto in discussione e ridefinire le priorità nazionali. Tremilacinquecento musei di arte sono troppi? Come attrarre nuovi talenti creativi? Quale cultura produrre? Quanti visitatori vogliamo? Si deve puntare sulle industrie culturali e creative? Sul turismo culturale? 2) Come in tutti i processi, però, ci sono dei cicli. Negli ultimi 60 anni si sono infatti succedute fasi storiche che hanno reso il patrimonio culturale prima una bellezza che rinfranca e nutre il nostro spirito, poi un bene economico che arricchisce il nostro benessere materiale, e oggi un fenomeno che migliora la qualità sociale. Forse quello della cultura come bene economico sta lasciando il passo a quello della cultura come base per una migliore qualità sociale. Abbiamo bisogno di creatività, ma questa non è solo orientata alla innovazione e al mercato. Nel nostro Paese la creatività è un modo per migliorare la qualità sociale, la produzione di fiducia e cooperazione. L'arte può diventare la strada maestra della rea l i nazione di buoni piani di vita individuali. 3) Oggi la produzione di cultura è una delle più importanti industrie nazionali, e se non produciamo cultura oggi non avremo nulla da conservare domani. La produzione di nuova cultura è oggi un imperativo categorico delle nostre politiche di sviluppo. Riprendendo il paradosso iniziale: le istituzioni hanno lavorato male? Cosa è successo? La prima possibilità è che le istituzioni non promuovano, loro malgrado, la produzione artistica, e che non individuino l'agenda prioritaria nella salvaguardia dei talenti che consentono di mantenere un ruolo visibile e riconosciuto nel panorama internazionale della cultura. Bisognerebbe assumere fino in fondo l'esigenza di un cambio di prospettiva e di un riequilibrio dei finanziamenti con un più consistente impegno nel sostegno alla produzione artistica. Ciò implica creare un ambiente attrattivo e attrezzare il campo per i soggetti che producono cultura e arte. Il significato di cultura è cambiato nel mondo reale della società e dell'economia: si è passati dal dominio assoluto della cultura umanistica a quello delle industrie culturali e creative. Parliamo allora di cultura e crescita: ora, se ci domandiamo quale cultura italiana eccelle oggi nel mondo, possiamo dire che la letteratura italiana ha una posizione di eccellenza sui mercati internazionali? Chela pittura contemporanea sta reagendo con nuove energie al finale di carriera di tanti artistiche hanno illustrato il nostro Paese negli ultimi cinquant'anni? Difficile rispondere positivamente a queste domande. Oggi il successo italiano arride alle industrie della cultura materiale, quelle che si nutrono dei nostri saperi antichi e del nostro buon gusto. Il design industriale, la moda, la gastronomia, il cibo e l'industria del "lusso". Queste sono le nuove frontiere dell'eccellenza culturale italiana e anche i nostri musei dovrebbero essere più attenti a queste esperienze. Un mio libro pubblicato quest'anno da il Mulino si chiama Atmosfera Creativa e descrive un modello di sviluppo locale fondato sulla cultura. In pratica è la somma di molti network che producono cultura: arte contemporanea, moda, design industriale, cibo e gastronomia, cinema, televisione, software, pubblicità, musica e spettacolo, musei, e architettura. Ciascuno di essi meriterebbe di essere studiato, accompagnato verso il successo internazionale o semplicemente rafforzato. I progetti dovrebbero riguardare la capacità di produrre cultura, di esportarla e di democratizzarla. Ad esempio applicando all'arte contemporanea l'idea del Km0, dell'accorciamento della filiera artisti-collezionisti-consumatori, della riduzione dell'autoreferenzialità e della produzione massima di capitale sociale. La cultura è portatrice di valori universali e non può essere ridotta a un mero fenomeno commerciale. È per la qualità della vita e identifica al tempo stesso una società più libera dal bisogno economico e più aperta ai valori della solidarietà, della crescita dei beni comuni. Insomma la cultura per lo sviluppo non si appiattisce sui mercati e le loro regole egoistiche, ma ambisce allo sviluppo nella equità e giustizia.
I rischi della museificazione
L'autore sostiene che l'Italia dovrebbe mobilitare risorse per promuovere la produzione di cultura e creatività. Il mondo culturale è cambiato radicalmente negli ultimi anni, con molti istituti culturali e pochi artisti. L'autore identifica tre problemi principali: 1) la conservazione della cultura come bene economico, che sta lasciando il passo a quella come base per una migliore qualità sociale; 2) la mancanza di produzione culturale, che è un imperativo categorico delle politiche di sviluppo; 3) la necessità di un cambio di prospettiva e di un riequilibrio dei finanziamenti per sostenere la produzione artistica.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo