Si stima siano 20 mila, in Campania, le antiche masserie che varrebbe la pena non consegnare all'oblio. Troppe per interventi effettivi di salvaguardia. Ma l'attenzione del pubblico legato al Fai, il Fondo per l'ambiente italiano, ha posto l'accento, stavolta, sulla Masseria Rossi di Volla. Che ben 6.406 segnalazioni invitano a non dimenticare, a non abbandonare (è il secondo sito, in Italia, per numero di segnalazioni). Una masseria che nella sua struttura originaria si fa risalire alla fine del Cinquecento, anche se il suo assetto doveva esser ben diverso da quello attuale. Ben diversa la sua destinazione, nel XVI secolo. Si trattava, con ogni probabilità,di una casa di contadini, una fattoria. Solo dopo, quando la acquistò la famiglia Pollio nel 177l quella masseria fu profondamente ristrutturata, sia dal punto di vista funzionale che architettonico. E divenne la "residenza secondaria" di Giuseppe Pollio, che lì andava per svago, quando lasciava la sua casa di Posillipo, a Napoli. E via con i quattro piani della struttura, con le fìniture in cotto, con le maioliche e i marini che ora decoravano ora impreziosivano gli ambienti. Ne restano tracce più o meno importanti, ma ben poco c'è di integro. Non le decorazioni delie pareti, non i cicli affrescati sui soffitti. Dipinti e affreschi variamente distribuiti nella masseria, a seconda dell'importanza degli ambienti. Quel che Pollio non toccò fu la cappclla, che - secondo i documenti rintracciati dall'architetto Francesco Giordano (dell'associazione Arcobaleno di Somma Vesuviana, la prima che ha portato all'attenzione del pubblico questo frammento del nostro patrimonio architettonico e ha lanciato una petizione per la sua tutela) - è antecedente alla realizzazione della masseria.