Ho tanti quadri, io: Antonello da Messina, Veronese, Guercino, Strozzi. O preferite Guttuso? Sono miei, posso guardarli quando voglio. Non me li invidiate, sono anche vostri. Non è un modo di dire: sono cittadino italiano e della mia città, Genova. Gli straordinari quadri delle collezioni dello Stato e del Comune sono nostri. In senso letterale. Anche se passiamo davanti ai musei senza ricordarcene. Eppure basterebbe una breve deviazione nella pausa pranzo di un lunedì come oggi (con i bambini, perché no?) per incrociare gli sguardi enigmatici di Antonello da Messina e trovare in noi pensieri nuovi. Sono nostri quei quadri. Sono nostri i palazzi pubblici delle città. Fa più effetto, l'appello alla proprietà. In un'epoca in cui le categorie economiche dominano è una certificazione di importanza. Così oggi, affrontando il discorso dei beni culturali, mi accorgo che per sottolinearne a voi e a me stesso il valore ricorro a stime in euro. Sedici miliardi, azzarda qualcuno. Forse molti di più. Un patrimonio inestimabile. Non solo: i beni culturali, che siano palazzi, musei, quadri e libri ci garantiscono con il turismo oltre il 15 per cento del Pil, altra misura dominante. Ancora: la cultura dà lavoro a 400mila italiani. Non sono astrazioni, non è filosofia, parliamo di denaro e di pane. Potremmo ricavarne molto di più: nel 1970 l'Italia era il Paese al mondo con più turisti stranieri, oggi siamo al quinto posto. La Francia nazione meravigliosa, per carità attira 79 milioni contro i nostri 46. Per dirla con la canzone di Paolo Conte, forse dovremmo essere noi a "incazzarci che le palle ancor ci girano". Noi che, passati Coppi e Bartali, veniamo staccati in salita dalla Francia quando avremmo gambe da seminare chiunque. Ecco quanto vale la cultura. E quei palazzi, quadri, libri sono nostri in un senso ben più profondo della proprietà. Bisognerebbe cambiare verbo: non avere, ma essere. Quei dipinti di Antonello da Messina, Tintoretto, Giotto siamo noi. Un popolo che ha saputo concepirli e realizzarli, spesso per il solo desiderio di dare un senso e una prospettiva al mondo. Di comporlo in un'armonia. Le prime rappresentazioni del paesaggio sono frutto dei pittori italiani. Le colline della Toscana sono un panorama familiare a ogni uomo. La Pietà di Michelangelo racchiude per chiunque l'amore della madre. Miliardi di persone cercando un dio ritrovano nei pensieri le mani che si sfiorano sulla volta della Cappella Sistina. Sì, davvero il modo di vedere il mondo, le proporzioni dei panorami naturali e intimi, la misura che ogni uomo dà a se stesso per secoli sono venuti da qui. Questo patrimonio è nostro. Siamo noi. Ma perché i turisti preferiscono Francia, Stati Uniti, Inghilterra e Spagna? I capolavori sono sempre qui (pure se talvolta minacciati o mal conservati per colpa dei tagli). Qualcosa si è perso senza che ce ne accorgessimo: non i colori dei dipinti, ma quelli della nostra vita. Le opere d'arte sono il frutto di quell'equilibrio complesso che potremmo chiamare cultura, civiltà o addirittura senso dell'esistenza. Il nostro patrimonio ci ricorda chi eravamo, chi siamo, ma anche chi dovremmo essere. Sono appiglio e testimonianza, ma nello stesso tempo inducono un senso di colpa. Oggi, forse, chi visita l'Italia non riesce a vedere l'armonia e la vitalità che hanno ispirato l'arte. Perché la Pietà è opera di un unico genio, ma dietro alla sua mano c'era il tratto di un intero popolo. Spetta a noi adesso ritrovarlo.